Capitolo 2°
Margherita, Elvira, don Enrico
Al momento della cattura di Elsa da parte dei partigiani, le altre due ausiliarie Margherita ed Elvira, non incrociando lo sguardo dei medesimi, riuscirono a defilarsi fortunosamente in un vicolo laterale; poi svoltato l’angolo, ecco, provvidenziale, una chiesa aperta. Balzarono dentro la chiesa e si nascosero nei confessionali, prese dal panico nel timore di essere inseguite e attesero in silenzio.
Margherita non era solita abbandonarsi ai ricordi e alle struggenti nostalgie, non conosceva la tenerezza del lasciarsi andare. Abbandonato ogni senso di colpa e repressi i
sentimenti più puri, aveva sacrificato tutto, anche il meglio della sua femminilità, sull’altare di una causa destinata a soccombere, destino di cui era consapevole da molto tempo.
Aveva amato intensamente il partigiano Luciano ma non era riuscita a non tradirlo, aveva letto e conservava con cura come un bene prezioso la lettera estrema che il giovane le aveva fatto pervenire tramite i suoi carcerieri.
Egli, infatti, pur sapendo di essere stato tradito dalla sua donna ideale, le aveva scritto dall’anticamera della morte una lettera tragica e appassionata, documento drammatico e sublime di un Amore con la lettera maiuscola che non si ferma di fronte a qualsiasi ostacolo, senza limiti e condizioni, puro, esclusivo, totalizzante; un amore che tuttavia non gli impedì di mantenere fede al giuramento di fedeltà alla causa e ai compagni.
Margherita lo aveva invece venduto per assicurarsi e mantenere quei pochi vantaggi e privilegi che oggi per lei erano rimasti soltanto motivo di rischio e d’infamia.
Nel buio del confessionale e nel silenzio, Margherita che non perde la consueta lucidità e freddo distacco, non può non ripiegarsi per qualche attimo su se stessa.
Ci sono per tutti dei momenti straordinari in cui ci bastano alcuni secondi per ripercorrere tutta la nostra vita, attraverso pochi flash d’immagini talora un po’ ingiallite
come nelle vecchie fotografie: cambiano i colori, sfumano molti particolari, ma gli sguardi rimangono indelebili come certe parole, certi discorsi, certe battute.
Su ogni altra cosa prevaleva assolutamente il ricordo della mamma con cui manteneva un legame ombelicale al di là del tempo e dello spazio, era il suo idolo sacro e quelle parole materne pronunciate in momenti estremi, esclusivi e irripetibili erano per lei comandamenti: ... da quando un bombardamento alleato distrusse la sua casa in riva al mare nella costa occidentale della sua Sicilia e annientò la sua famiglia, e la rincorsa su quei brandelli di scala esterna per raggiungere la sua cameretta al primo piano e recuperare le sue povere cose, fra cui la bambola di stoffa regalatagli dal padre, volontario e probabilmente disperso in Russia, e la corsa ad un ospedale lazzaretto militare da campo per assistere all’ultimo respiro della mamma, gravemente ferita dalle bombe e il commiato materno: “Sii forte, lotta se è necessario contro tutti, sarò sempre accanto a te”... e le urla e le corse disperate in riva al mare, l’angoscia quella profonda che sembra annullarti, ti toglie ogni ritmo di quotidianità, la solitudine che è come un gelo che intorpidisce ogni angolo del tuo corpo e poi...la fuga verso il Nord, forse per raggiungere intanto quei lontani parenti a Reggio Emilia, e poi... la Toscana, l’Emilia, la Lombardia…
L’amarcord è interrotto dalla voce di Elvira che prima ha fatto capolino fuori dal confessionale, poi è uscita ed ha raggiunto l’amica: “Margherita, senti c’è una musica d’organo e là, vedi, dietro al presbiterio c’è una luce... Chiediamo aiuto ed ospitalità: diremo che siamo studentesse...”.Margherita riprende il suo zaino e con Elvira si avvicinano a quella luce che getta una pennellata di colore sul viso magro e occhialuto di un piccolo prete che digita sulla tastiera e non sembra accorgersi dell’altrui presenza. Indossa un abito talare un poco sudicio e rassettato. Elvira aveva dimenticato quella chiesa, ma non quel “povero pretino” (parole dette a suo tempo più con scherno che con commiserazione): lo riconosce subito e lo rivede seduto al centro di quello stanzone vuoto nella Komandantur, sottoposto agli interrogatori di un capitano della Wehrmacht, circa le accuse che gli erano rivolte di aver nascosto quei “miserabili ebrei” che il vescovo gli aveva affidato, in attesa del viaggio che li avrebbe condotti oltre la linea gotica.
Era una domenica di novembre del 1944 ed Elvira raccoglieva in quella stanza del comando tedesco i frutti della sua delazione: aveva contattato don Enrico perché portasse l’estrema unzione al “padre gravemente ammalato”, ma si trattava di una trappola ordita per arrestarlo e sottoporlo a violenze e interrogatori. Nel frattempo ogni angolo della chiesa e della canonica era stato perquisito e messo in soqquadro dalla polizia fascista nella speranza di trovarvi ebrei nascosti.
Prima di partire al seguito di Elvira, don Enrico aveva avuto una premonizione o divina illuminazione e aveva fissato intensamente, con sguardo drammatico e d’intesa, donna Beatrice, la sua perpetua, che intuì quello che il sacerdote voleva comunicarle: fece subito uscire dalla canonica l’intera famiglia di ebrei che vi si era nascosta e la condusse fino al palazzo vescovile nei cui sotterranei trovarono una temporanea sistemazione e la salvezza. Don Enrico, attraverso la vetrata di un mobile che rispecchiava l’immagine di Elvira e dietro ancora quella di Margherita, le aveva già intraviste e aveva riconosciuto Elvira: “Figliole, venite, il Signore non si dimentica di nessuno dei suoi figli, soprattutto nei momenti di prova e di sconforto; vi perdona e vi ospita nella sua casa”. Si alzò dal sedile e andò ad abbracciare Elvira: nel suo volto non c’era traccia di odio, di rancore o di un qualche fastidio, era un volto luminoso e sereno, come se avesse riabbracciato un’amica ed era stata invece la sua potenziale carnefice. Quindi strinse la mano a Margherita. Le accompagnò da donna Beatrice che, vedendo Elvira, trasalì e incominciò a farfugliare:
“Ma don Enrico, non capisco... adesso dobbiamo prendere anche loro, con tutto quello che c’è stato...”.“Su, su” riprese don Enrico” devi trovare dei vestiti più appropriati in luogo di queste divise e poi
troveremo il sistema di farle uscire dalla città...”. “I garibaldini non scherzano... il minimo che puoi perdere con loro - disse rivolto a Elvira - sono i tuoi splendidi capelli”.
Elvira era commossa e annichilita, meglio dire conquistata dallo slancio di amore cristiano del sacerdote: introvabili e irriconoscibili il suo ego sconfinato e il suo sguardo fiero. Donna Beatrice accettò umilmente di aiutarle ambedue, ma osservava con particolare interesse Margherita muta, con quella sua maschera di ghiaccio, con
quel suo fare spigoloso, indomata e indomita, l’aquila altera... e aveva solo ventidue anni. “E’ un mostro di superbia” - confidò a don Enrico.
La notte fra il 25 e il 26 aprile trascorse serena per le due ragazze nella canonica di don Enrico. Il mattino dopo il sacerdote celebrò la messa in una piccola cappella al primo piano della canonica dove Elvira poté confessarsi e ricevette anche l’Eucarestia: le sembrò di rivivere qualcosa di molto simile alla sua prima comunione sul greto del fiume Reno in una piccola chiesetta, fra tanto verde e festa paesana, nel lontano 1933. Allora indossava un vestito bianco e in testa una corona di mimose: ricordava quella vecchia foto insieme alla compagna del cuore, Elia, con quegli occhiali spessi e l’apparecchio ai denti, schiva e secchiona, sempre sui libri, mentre lei Elvira pensava soltanto ai compagni maschi della scuola elementare che la lusingavano di sguardi ed apprezzamenti. Partì diciottenne per fare l’ausiliaria, contro il parere e la volontà dei genitori che già non si rassegnavano ad aver perso il figlio maschio, militare in Africa orientale: con il suo bagaglio d’idee e d’illusioni, credeva nei “miracoli” e disprezzava il buon senso come indice di
debolezza. Intransigente, come la maggior parte dei giovani, era talvolta incapace di comprendere i compromessi di cui la vita è intessuta e insofferente verso chi per età ed esperienza, creava difficoltà ai suoi piani, gettava acqua sulle sue passioni. Rimproverava alle stesse comandanti del servizio ausiliario una concezione monacale dell’istituzione, che impediva alle ragazze di andare al fronte per essere vicine ai soldati e condividerne gioie e dolori, come crocerossine in armi o semplicemente combattenti.
Elvira non aveva mai nascosto a nessuno che gli stimoli del suo operare e della sua presenza nel S. A. F. (Servizio ausiliario femminile) erano la fede fascista e la devozione ai maschi di cui voleva lenire ferite e sofferenze, utilizzando ogni attributo della sua femminilità: era molto bella, con un corpo sinuoso, fresco, fine e aveva dei modi eleganti e raffinati: sembrava fatta per l’amore.
Quando i camerati cantavano in coro: “Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera!”, era solita esclamare: “Ma che sciocchi... ci siamo noi, no?”. Tutto era entusiasmo per Elvira, tutto era nella stessa fiammata, dal sesso al fascismo, dal fascismo al sesso.
Portare la divisa militare non era un sacrificio, non era una specie di cintura di castità, anche se alle ausiliarie fasciste era imposta una rigida disciplina: a loro era proibito fumare, proibito l’uso del rossetto, sia in divisa, sia in abiti borghesi. La tenuta delle ausiliarie era sobria, austera, come lo era del resto il panno della divisa grigioverde dei militari uomini, con la gonna lunga 4 centimetri sotto il ginocchio, il gladio sulle mostrine e sul basco e una fiamma ricamata di rosso. Un panno grezzo e un abito dal taglio contro ogni tentazione. Un’occhiata equivoca a un camerata poteva costare la camera di punizione.
Niente rossetti; niente donne fatali; niente amori conturbanti; ma sorelle buone del soldato: questa la regola cui Elvira non riusciva del tutto ad adeguarsi. Gli slanci emotivi e passionali di Elvira non appartenevano invece a Margherita, più distaccata e più saggia, spesso cerebrale: non riusciva mai a convincere pienamente l’amica del cuore che frequentare le zone a rischio a qualsiasi titolo metteva le ausiliarie a repentaglio d’imboscate partigiane e allora non c’era scampo: era più facile che si salvasse un fascista che una del S. A. F. Infatti, era noto che molte ragazze anche di sedici o diciotto anni, catturate dai partigiani erano state uccise in circostanze crudeli, dopo violenze, stupri e sevizie e dopo aver dovuto sfilare nude, con capelli tagliati a zero, tra siepi di gente scatenata.
Margherita era estremamente protettiva nei confronti di Elvira: non erano soltanto i due anni in più di età, le esperienze della vita trascorsa e la predominanza del carattere. Si trattava anche di una malcelata attrazione fisica verso quella cerbiatta scalpitante, che Elvira, disinibita e civettuola, aveva intuito, alimentando così le sue fantasie sessuali e approfittandone spesso per ottenere più facilmente dall’amica l’approvazione e l’accondiscendenza nell’esaudire qualche suo capriccio.
Bisessuale, Margherita aveva tuttavia sempre pensato che il corpo della donna fosse più bello di quello dell’uomo. Preferiva le sue forme, le sue rotondità, la sua dolcezza. Ma si era a lungo rifiutata di trovarlo sessualmente attraente. D’altronde, era stata con parecchi uomini, fra cui Luciano da cui era molto attratta. Le altre erano state avventure senza importanza, o strumentali per il raggiungimento di un qualche scopo. Andava a letto con loro per fare come le altre e talvolta faceva anche finta di provare piacere. In realtà cercava prima di tutto di convincere se stessa.Per il momento, non viveva ancora pienamente la sua condizione. Il suo corpo diceva di sì, ma la testa diceva ancora no. Non aveva ancora fatto il grande passo. Non ne aveva ancora parlato a nessuno e non era ancora pronta. È difficile rendersi conto del fatto che ci si è sbagliati per anni. Per la prima volta sognava qualcosa di magnifico,
qualcosa di magico. Allora aspettava...
Infatti, con Elvira, Margherita non si era lasciata andare più di tanto: nessun cedimento se si escludono teneri fraterni abbracci e dolci carezze.
E poiché le migliori carezze sono quelle che toccano la mente, mentre accarezzava il corpo di Elvira, Margherita pensava anche ad accarezzarlo con le parole. Le diceva che era bello, che le piaceva, e parlando, l’effetto delle carezze era moltiplicato! Due personalità diverse ma complementari: l’una tenera sognatrice e l’altra indomita domatrice, anche con le parole e con il magnetismo degli sguardi.
Tutto il giovedì 26 aprile fu trascorso in un clima di relativa serenità: dalle strade, attraverso le persiane chiuse del 1° piano della canonica, arrivavano urla, suoni, rumori che crescevano fin quasi a voler riempire la cameretta che ospitava le ragazze e vibravano i vetri delle finestre. Poi tutto defluiva e rimaneva appena un segnale in lontananza. Verso sera don Enrico, tornando dal vescovado, portò le ultime notizie: la brigata nera barricatasi in un edificio con gli estremi difensori, si era arresa dopo una notte di combattimenti e il CLN locale aveva assunto tutti i poteri. Erano stati istituiti numerosi posti di blocco nelle strade e si parlava di esecuzioni sommarie di fascisti o presunti tali. Bisognava attendere che la tensione diminuisse e che gli eventi fornissero qualche suggerimento utile per la sorte delle ragazze. Non si avevano notizie di Mussolini e dei membri del suo governo, se non quanto il vescovo aveva saputo circa l’incontro del Duce con il card. Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, e i rappresentanti del Comitato di liberazione nazionale alta Italia.
Venerdì 27 fu un giorno drammatico. Margherita fu svegliata da urla e spari e si avvicinò alla finestra. Vide molto bene una scena molto drammatica e raccapricciante: due ragazze rapate a zero, con la testa cosparsa di minio e al collo il cartello con la scritta: “Puttana dei tedeschi”, erano state anche denudate e venivano trascinate per la strada in mezzo ad una folla esaltata che le apostrofava con epiteti e frasi irriferibili. Furono poi caricate in un camion: fu evitato il linciaggio ma il loro destino era probabilmente già scritto. Nel pomeriggio donna Beatrice informò che aveva sentito dire che Mussolini era stato catturato in fuga in una località del lago di Como, mentre si nascondeva in un camion vestito da soldato tedesco e fece i suoi commenti, terminando con un proverbio del tipo: “Chi la fa l’aspetti” oppure “Chi di spada ferisce...” ecc. ecc.
Margherita rimase sorpresa prima ancora che scossa, da questa notizia: per quanto pragmatica fosse, non mancava di una certa vena d’idealismo. Credeva davvero che Mussolini non avrebbe potuto, né dovuto sottrarsi alla dignità della “bella morte”, magari nel corso di una disperata resistenza nel “ridotto valtellinese”, di cui si era molto parlato in federazione.
Elvira era invece letteralmente sconvolta da tutto quello che aveva visto e appreso e ormai si appoggiava a Margherita per ogni valutazione o decisione. La osservava, la ascoltava e cercava in lei ogni risposta. In fondo questa dipendenza aveva sempre caratterizzato il loro rapporto ma Elvira non mancava mai di esprimere positivamente se stessa con quella vitalità e vivacità istintiva ed intuitiva che infiammava la loro amicizia. Adesso si era spenta: era diventata l’ombra di Margherita che sentiva questa sua nuova responsabilità di guida.
Fu messa a disposizione delle ragazze una vecchia radio con cui don Enrico ascoltava frequentemente radio Londra e la radio Vaticana e per tutto il giorno di sabato 28 aprile cercarono di sintonizzarsi qua e là per reperire notizie, finché, al mattino di domenica 29 verso le ore 9, radio Milano Libera dette in poche parole la notizia che Mussolini era stato giustiziato, mentre il giorno successivo venne ripetutamente trasmesso un comunicato del Comitato di liberazione nazionale, secondo il quale l’esecuzione della condanna a morte di Mussolini e dei suoi ministri era la necessaria conclusione di una fase storica e la premessa della rinascita dell’Italia.
Nel pomeriggio del lunedì fu annunciata alle ragazze la visita in canonica del padre di don Enrico: un vecchio popolare sturziano, professore di liceo che non aveva mai voluto prendere la tessera del Partito nazionale fascista, sicuramente un antifascista della prima ora, ma non c’era da preoccuparsi di nulla. Anzi il prof. Luigi sarebbe stato un garbato e interessante conversatore.
Margherita, infatti, dopo le notizie diffuse attraverso la radio, aveva una grande voglia di parlare e di sfogarsi, soprattutto voleva spiegare che tipo di esperienza e di vocazione era stata quella delle ausiliarie in genere, a prescindere dalla sua personale scelta che non
rappresentava proprio quel modello di purezza vocazionale che essa stessa aveva ravvisato in molte sue camerate.
Papà Luigi era un vero gentleman, le salutò con calore e con grande cavalleria, si complimentò per la loro bellezza e s’interessò ai loro problemi e alle vicende della loro vita. Ambedue gli aprirono il loro cuore e i loro ricordi, almeno quelle cose e quei fatti che era il caso di raccontare.
Poi alla domanda del professore quali fossero le motivazioni e i meccanismi psicologici che stavano alla base di una scelta così forte e tragica per una donna come quella di arruolarsi in un esercito in guerra e per di più anche in una guerra civile, Margherita che delle due era sicuramente l’intellettuale (aveva, infatti, conseguito il diploma magistrale e si era anche iscritta a lettere all’università), si sforzò di dare il meglio di sé per spiegare e comunicare i valori che secondo lei contraddistinguevano la missione dell’ausiliaria.
Trasparivano dalle sue parole la rabbia e la delusione per una gerarchia fascista a livello centrale e periferico che aveva abbandonato tutti e tutte al proprio destino. Erano partite, mature o giovanissime, per offrire con semplicità e spontaneità il loro aiuto, proprio come fasciste e come donne; erano partite a tutti i costi, rifiutando “di continuare a vivere in quel limbo privilegiato, asettico, mondano, apolitico, indifferente, in cui la corrente morale borghese pareva voler continuare a relegare la donna”.
Il professore chiese a Margherita se le donne fasciste chiedendo di svolgere compiti simili all’uomo, avessero pensato a una qualche emancipazione verso un’equiparazione dei sessi e Margherita rispose che non era stato uno snobistico o antagonistico atteggiamento dì rivolta sessuale o culturale, o forse lo fu in una qualche misura soltanto per alcune, ma fu per tutte una forza morale e ideologica, una rivincita antagonistica sulla pigrizia e sull’inerzia morale, sull’indisciplina, sulla meschinità, sulla vigliaccheria degli stessi uomini.
Ancora il professore chiese se avevano incontrato resistenze o difficoltà d’inserimento da parte del sesso forte e come avevano reagito ai comuni pregiudizi sul sesso. “Era noto, infatti - aggiunse - che il generale Rodolfo Graziani era solito dire che nelle caserme il posto delle donne poteva giustificarsi soltanto se prostitute...”.
Margherita rispose che le ausiliarie avevano saputo infischiarsene dei visi ostili e ironici, troppo spesso chiusi in un mutismo di compatimento o di diffidenza. Per resistere alle prove durissime e alle non poche privazioni, misero in atto la loro innata e tipicamente femminile capacità di sopportazione fisica e morale; pur con la loro
aria scanzonata e vivacità, resero in umiltà e silenzio servizi preziosi e talora disperati, compreso quello di sorridere e di trovare la forza per far sorridere pur nelle ore più tragiche.
Poi il professore prese, come si suole dire, “il toro per le corna” e…: “Ma come avete potuto finalizzare tutto questo slancio e questa vostra esuberanza giovanile al sostegno di una causa tanto perversa e aberrante: un regime dittatoriale che voleva impadronirsi del mondo, che aveva fatto del razzismo la propria religione e dell’antisemitismo la bandiera. Come potevate non sapere dei campi di sterminio, delle stragi compiute in tutta Europa e in Italia dai tedeschi e dai fascisti... Le donne che collaboravano con i nazisti, come lei, come voi, sapevano benissimo che cosa accadeva nei rastrellamenti, nelle carceri, negli interrogatori... e sapevano delle
deportazioni”.
Lo interruppe Margherita, lucida, fredda, cerebrale e intimamente perversa: “Abbiamo scelto la causa sbagliata quando sarebbe stato tanto più comodo imbarcarsi in quella “giusta”... questo vuol dire? Potrei risponderle che sentivamo irrinunciabile il dovere, l’ansia e la passione di riscattare l’onore della Patria. Ed era facile convincersi di questo per l’educazione e la formazione politica e civile ricevuta: bastava questo e il resto era abbastanza noto ma trascurabile, irrilevante ai fini della nostra scelta; anzi non doveva interessarci. Quanto agli ebrei, tra la generalità dei militanti della RSI che io ho conosciuto, una questione ebraica semplicemente non esisteva e nei tedeschi non vedevamo i nazisti ma semplicemente i nostri alleati. La guerra condotta dai tedeschi, come in qualsiasi altra guerra senza eccezioni, comporta delle atrocità che non sono monopolio dei nazisti, e per quanto riguarda l’Italia, i veri invasori sono stati gli angloamericani, non i tedeschi”.
Replicò il professore: “Voi avete collaborato con i tedeschi, perché non avevate “tradito” e quindi eravate “migliori” degli altri e delle altre. Questa vostra motivazione di un senso forte di vergogna per il
“tradimento” italiano paradossalmente diventa giustificazione per tante altre forme di tradimento e di sopraffazione. Nella RSI, poi, non vi erano soltanto anime spinte da valori o pseudo-valori ideali, ma anche vecchie cariatidi del regime, criminali di guerra (a quanto ci raccontano i soldati sbandati che tornano dai Balcani e a quello che si sa, è stato fatto nelle ex colonie), opportunisti, aspiranti al ritorno alle origini violente e “sociali” del fascismo, apparati burocratici e repressivi ereditati dal ventennale regime, nonché persone dedite al doppio gioco: insomma una complessità spesso eterogenea e contraddittoria di componenti e non soltanto degli idealisti.
Lei identifica la patria con il fascismo e la sua guerra; la motivazione più forte delle vostre scelte sembra essere l’onore da riscattare contro il tradimento monarchico e badogliano. Ma la patria non può identificarsi con il fascismo, e della patria e dell’onore, da uomini e donne, anche vostre coetanee, ragazzi e ragazze, sono state date anche interpretazioni opposte alla Sua, dalle quali hanno preso corpo motivazioni antitetiche e scelte del tutto opposte e contrastanti.
Ancor meno mi convince la sua affermazione che tra la generalità dei militanti della RSI che Lei ha conosciuto, una questione ebraica semplicemente non esisteva: oltre alla politica antiebraica praticata ormai da sette anni dal regime fascista, come può ignorare la Carta di Verona, secondo la quale “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica” e perché finge di non sapere della sistematica caccia agli ebrei che i tedeschi hanno scatenato assistiti dai fascisti?
Quanto alla sua affermazione che nei tedeschi non vedevate i nazisti, ma semplicemente i vostri alleati, basta pensare all’esaltata consonanza ideologica fra fascismo e nazismo che era il cemento dell’alleanza, alla quale il fascismo repubblicano è voluto restare fedele”.
“Ma poi, in definitiva, - interruppe Margherita - chi ha imposto le sanzioni all’Italia fascista, chi ha preparato la guerra contro le forze dell’Asse, chi in Italia ha continuamente operato al fine del tradimento e della sconfitta militare, se non la giudeo-massoneria? Quanto peso ha avuto l’ebraismo internazionale sui successi militari delle demoplutocrazie occidentali? Sì, lo affermo senza indugio, così come dichiaro il mio disprezzo verso i traditori del 25 luglio 1943”.
Infine trasse le sue conclusioni personali: “Noi abbiamo fatto semplicemente quello che ritenevamo essere il nostro dovere, e credo che basti. L’onestà riguarda le intenzioni e il modo particolare del proprio agire ed è ingiusto attribuire meriti o demeriti morali non in base al comportamento e alla buona fede di ciascuno, ma alla parte nella quale ci si trova schierati, che poi significa dalla parte dei vinti o dei vincitori”.
Terminò affermando con fermezza che la scelta da lei allora compiuta era giusta, tanto che la rifarebbe senza esitazioni.
Riprese a parlare il professore: “La buona fede è certo un elemento necessario perché un comportamento possa essere qualificato come morale. Ma non è un elemento sufficiente. È molto probabile che anche Hitler fosse in buona fede quando scatenò la guerra e quando decise lo sterminio degli ebrei, con un comportamento coerente alle sue più profonde convinzioni e a quello che riteneva essere suo dovere. Discorso in parte analogo può farsi per l’onestà delle intenzioni, a sua volta senza dubbio indispensabile. Ma la parola “onestà” può avere due sensi differenti. Essa può esprimere la coerenza con ciò in cui si crede in buona fede, e allora è poco più di una tautologia; oppure contiene un implicito rinvio al contenuto delle intenzioni, e allora va posta la domanda: onestà rispetto a che cosa? Per rispondere, il giudizio deve entrare nel merito e confrontare le intenzioni con i risultati e quindi anche con i comportamenti adottati per realizzarli. I risultati - lo sappiamo bene - possono verificarsi tenendo scarso o nessun conto delle intenzioni; e qui sta il nodo tanto difficile da sciogliere per giudicare sia le azioni dei singoli che quelle collettive, per formulare sia il giudizio morale che quello storico”.
“Cosa passava e passa per la vostra testa e cosa penserete e proverete una volta tornate alle vostre case e alle vostre famiglie...?”
Il professore alla fine fu esplicito con Margherita: la violenza, l’odio e lo spirito di vendetta fratricida fra gli italiani erano stati introdotti proprio dal fascismo repubblicano e dalla R.S.I. dal settembre 1943 in poi, cioè dalla nascita della repubblica fascista: infatti, prima, la caduta del fascismo e poi l’armistizio avevano soltanto scatenato in tutti l’entusiasmo e il sollievo per la fine del regime e poi della guerra e non il desiderio di vendetta.
Lei sapeva e aveva la capacità intellettuale di poter discriminare. Come volontaria, senza alcuna attenuante costrizione così com’era avvenuto per i maschi chiamati alla leva, era pienamente responsabile della propria scelta, quella di voler sostenere, per idee o convenienza, una forza politica e un’alleanza militare che ha portato il mondo alla catastrofe e ben più gravi immaginabili conseguenze si sarebbero prodotte se il nazifascismo avesse prevalso.
E terminò: “Prego Iddio che vi salvi da ogni vendetta, ma con il ghiaccio nel cuore voi pagherete questa vostra avventura disgraziata con il peso tremendo di dover continuare a vivere, se vi sarà riservato il privilegio e il castigo di essere state risparmiate”.
“Per rispondere adeguatamente, - concluse sinceramente Margherita - avrei bisogno, almeno per quanto mi riguarda, di raccontarle, insieme a tante altre cose, anche il prologo della fame e di una vita di stenti”.
Il professore conosceva bene il ruolo e le attività svolte dalle due ausiliarie, così come di altre sue camerate: erano state spie e delatrici, ormai note in città e in modo particolare in certi ambienti della politica e dell’antifascismo. Per questo il suo intervento dialogico, inizialmente piuttosto soft, delicato e compiacente, si appesantì notevolmente a tal punto che dovette intervenire il figlio don Enrico a ripristinare una certa soavità di toni e un equilibrio emotivo che si rendeva indispensabile date le circostanze.
Il dialogo con il professore aveva scosso soltanto un po’ Margherita che adesso pensava a come poter uscire dalla città per andare... dove andare? D’altronde don Enrico aveva anche riferito che ronde partigiane rosse visitavano e ispezionavano sistematicamente parrocchie, conventi e monasteri, sospettati tutti di nascondere “criminali fascisti”; prima o poi sarebbero venuti e sarebbe stato meglio allontanarsi dalla città dove peraltro erano più facilmente riconoscibili. Egli aveva pensato a tutto: da una stazione ferroviaria in una città vicina passavano treni pieni di gente la più diversa e disparata che raggiungevano Milano e lì sarebbe stato più facile nascondersi ancora (e don Enrico aveva voluto che le ragazze memorizzassero qualche nome e indirizzo) oppure proseguire direttamente verso Bologna e la Toscana. Ma sicuramente nei pressi della stazione ferroviaria ci sarebbero stati dei controlli.
Potevano ancora trattenersi ancora un giorno e la sera dopo con il buio raggiungere la piazza del mercato dove sarebbe stata ad attenderle un’automobile guidata da un avvocato che doveva raggiungere Milano entro l’indomani, persona fidatissima, un monarchico badogliano che aveva istruito diversi processi per profitti di regime nei quarantacinque giorni fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, un uomo di grande fede cattolica e ben visto negli ambienti della curia vescovile.
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sabato 23 aprile 2011
venerdì 22 aprile 2011
L'onore e la passione (I parte)
L'ONORE E LA PASSIONE (testo completo)
L'ONORE E LA PASSIONE romanzo storico di Giuseppe Bronzi e Roberta Sprengler
lunedì 20 settembre 2010
Presentazione e intero testo del romanzo
Presentazione
di Helen Klein, vicepresidente dell’Associazione per i meetings per la memoria
Il prof. Giuseppe Bronzi mi ha affidato il compito di presentare l’ ONORE E LA PASSIONE ai lettori. Coloro che hanno letto SPECCHI SUL LAGO 1944 sanno che il romanzo in quella prima edizione ruota sostanzialmente intorno al personaggio di Margherita, una vera amazzone, cerebrale, alla ricerca di una sua identità personale sotto diversi punti di vista, una figura che ha affascinato moltissimo l’autore medesimo (oggi è una ultraottantenne con uno sguardo profondo, un magnetismo e una mente straordinaria). Si è aperta grandiosamente a lui nel racconto rivelando una straordinaria capacità di mettersi a nudo e di outing: il personaggio di Luciano rimane in penombra pur risultando l’unico vero eroe e tale viene proclamato.
Ma Margherita non riesce ad uscire da una sua dialettica interiore, rimane prigioniera delle sue contraddizioni, non riesce a fare luce piena su se stessa, viene colpita negli affetti più teneri. Mentre esce dal campo di Casellina, morta Elvira, tradito Luciano, nessuna notizia di suo padre, già volontario in Russia, il doloroso ricordo della mamma morta sotto i bombardamenti in Sicilia, si ritrova con un pugno di foglie secche in mano. Rimarrà single per tutta la vita, dedicandosi all’insegnamento con grande successo e stima professionale.
Quando è uscito SPECCHI SUL LAGO 1944 1^ edizione, nessuno di noi conosceva la sorte di Elsa, una delle tre ausiliarie (le altre due erano Margherita ed Elvira), che il 25 aprile 1945 si incamminarono su quella strada lombarda verso un destino ignoto. Fu subito catturata (non riuscendo a trattenersi dall’inveire contro un gruppo di partigiani) e “Non si seppe più nulla di lei!”.
Nel luglio 2009 invece giunse all’autore un biglietto, seguito da una telefonata, in cui Elsa: “Io sopravvissi e… ( una breve sintesi della sua storia). La cosa più importante da farsi, era che Margherita ed Elsa, le due sopravvissute, si incontrassero di nuovo e l’occasione fu la presentazione del romanzo SPECCHI SUL LAGO 1944 a Monterosso al mare nelle Cinqueterre alla villa Simoni. Ciò avvenne il 19 agosto 2009.
Se Margherita è esuberanza di attributi fisici e mentali, cervello, fascino, seduzione, calcolo, personaggio complesso, contraddittorio, Elsa è passione pura, istintiva, dedizione totale all’ideale e alla missione, è semplice, solare, diretta, nostalgica, sincera: ama fino in fondo senza pause o incertezze.
Coerente a se stessa, conosce e si innamora di Damiano, il partigiano bianco, che la convince della necessità di abbandonare una causa persa e superata dalla storia (IL RISCATTO DELL’ONORE TRADITO) per un'altra causa:IL RISCATTO DELL’UMANITA’ SOFFERENTE, DEI DEBOLI, DEGLI OPPRESSI, il cuore dell’ideale cristiano.
Perde nella lotta amorosa e sublima il tutto nella fondazione di una casa di accoglienza per ragazzi in difficoltà esistenziale ed emarginati: se Margherita non supera la sua, per così dire, negatività, rimanendo imprigionata nel suo passato, Elsa continua ancora oggi positivamente ad amare e ad operare per le nuove sfide del terzo millennio, finché ne avrà la forza.
Così si alimentano ancora L’ONORE E LA PASSIONE.
Prologo alle due storie parallele e correlate
25 aprile 1945: tre ausiliarie della RSI incontro al loro destino
Nel dare l’ultimo saluto ai camerati e alle camerate nella sede della brigata, in una città del Norditalia, il federale aveva sciolto tutti dal giuramento, lasciando libero ognuno di fare la scelta che riteneva più opportuna. Se qualcuno riteneva di poter raggiungere la propria abitazione, era libero di farlo. Li attendeva l’ignoto: disse anche che, rimanendo, nella migliore delle ipotesi avrebbero dovuto prepararsi al viaggio verso il campo di concentramento. Gli uomini imprecavano, le donne piangevano, mentre con le pale aiutavano lo scrivano a bruciare le carte degli archivi nelle caldaie; le loro lacrime sembravano alimentare le fiamme.
I più decisero di rimanere per apprestarsi all’ultima resistenza, mentre le tre ausiliarie Margherita, Elvira ed Elsa decisero di partire: Margherita stipò nello zaino tutto quello che poteva e così fecero le altre. Saluti, abbracci e lacrime.
Uscendo e dopo aver percorso qualche chilometro, si accorsero che tutto era cambiato: nelle piazze venivano abbattuti e distrutti gli stemmi, venivano issate le bandiere rosse e suonavano le campane di tutte le chiese.
Vedevano sfilare schiere dei partigiani: la gente applaudiva ai “traditori”.
Interruppero il loro incedere frenetico e convulso e rimasero per alcuni istanti immobili e impassibili, confuse e con l’anima nel caos.
Elsa, però, non si trattenne dall’apostrofare con asprezza un gruppuscolo di partigiani che inveiva, in preda anche ai fumi dell’alcool, contro il Duce: “Siete pecoroni e traditori…”.Fu riconosciuta: “E una spia fascista della brigata nera, la riconosco…”. Fu catturata e portata via: non si seppe più nulla di lei...
Capitolo 1°
Elsa prigioniera umiliata (Elsa sopravvisse e…)
Fu letteralmente trascinata e spinta per oltre 200 metri verso un camion dove già erano state caricate altre persone: anziani, giovani e donne di diversa età. Costretta a salire, si sedette ed ebbe modo per un attimo di guardare la lunga strada che aveva iniziato a percorrere insieme alle altre due ausiliarie. Sperò di poterle ancora vedere lontano in un sussulto di speranza. Ma non vide nessuno e cercò un dialogo con le persone che condividevano la sua condizione. Un giovane era ferito e imprecava contro Dio e gli uomini: “Ero a Milano tre giorni fa (22 aprile 1945), eravamo migliaia di fascisti in armi, siamo partiti da piazza Sansepolcro ed abbiamo sfilato per le strade di Milano fino a raggiungere corso Monforte, il quartier generale del Duce e chiedergli ordini definitivi in vista dell’ultima battaglia. Sfilavamo cantando gli inni della Repubblica Sociale. Entrammo nel cortile della Prefettura fino a riempirlo. Gridavamo Duce, Duce, il nostro entusiasmo fece scendere il Duce in mezzo a noi. Lo invocavamo dicendogli che non lo avremmo mai abbandonato… Il federale di Milano Costa lo supplicò a nome di tutti di dare ordini e di farci sapere quali fossero i suoi programmi. Li avremmo eseguiti sino in fondo. Mussolini ha parlato dicendo che avremmo potuto raggiungere i monti per resistere, ma che qualunque cosa fosse accaduta, tutti dovevano ricordare di aver combattuto per l’onore d’Italia. Ma disse anche che l’ora era grave e che dovevamo stringere i vincoli di cameratismo consacrati da tanti sacrifici perché l’Italia avrà ancora bisogno di noi…”.
Il giovane aveva interrotto il racconto in lacrime .
“Mi fu detto che Pavolini raccoglieva tutte le camicie nere per raggiungere il lago di Como, ma io avevo capito che Mussolini non aveva alcun programma preciso, anche perché alcuni gerarchi dialogando fra loro avevano detto che non esisteva alcun ridotto in Valtellina e che Como era soltanto una tappa per la fuga in Svizzera, un ingresso che le autorità elvetiche avrebbero forse consentito soltanto al Duce e ad una cerchia ristretta di collaboratori, forse tutti i membri del Governo, e non certo agli altri seguaci. Ascoltai un ufficiale di fanteria che riferì una frase dello stesso Graziani: “Temo che stavolta Mussolini pensi soltanto a se stesso e alla propria pelle…”.
Mi sembrava che il mondo stesse per crollarmi addosso, il cuore batteva forte e mi girava la testa: era meglio tornare dalla mia famiglia sul lago Maggiore. Così mi allontanai da Milano; chiesi ad una famiglia di contadini abiti da borghese in cambio della divisa, dell’orologio e dello zaino pieno zeppo di alimenti e sigarette, ma mi furono negati, perché per gente come me non c’era niente. Fui catturato e ferito alle porte di questa città e sono qui . E’ finita, camerati, non rivedrò più mia madre”.
Elsa fremeva di rabbia e di dolore: tutto era avvenuto così in fretta: si parlava di armi segrete che avrebbero cambiato i destini della guerra, si parlava anche di una pace separata con gli anglo americani per continuare la guerra contro i comunisti; invece “eccoci qui nelle loro mani”. E il Duce che non dà ordini, c’è chi dice che scappa: “Non è possibile, non è possibile,…”:continuava a ripetere.
Il camion uscì dalla città, una città in festa, e questa era la cosa più sorprendente e sconcertante per Elsa che aveva creduto con tutto l’ardore di una fede incrollabile nel fascismo e nel Duce (il suo secondo padre), che era un dovere di tutti gli italiani il ricatto dell’onore tradito. Non riusciva a comprendere come altri, magari della stessa generazione, potessero nel frattempo aver maturato scelte fondamentali opposte e sognare altri modelli e ideali di patria, assolutamente in buona fede e in pace con la loro coscienza di italiani..
Giunti in cima alla collina il camion si arrestò e svuotò il carico umano riversandolo in un grande capannone dove già erano presenti intere schiere di soldati della RSI, camicie nere, borghesi, donne: ma Elsa era l’unica donna in divisa con il gladio e il basco con lo stemma cucito del S:A.F. (Servizio ausiliario femminile).
Elsa avrebbe addirittura voluto quasi prendere la parola per motivare tutti all’orgoglio e al ricordo di aver combattuto per l’onore d’Italia, se ne avesse avuto il coraggio e la temerarietà. Dopo aver scalpitato fremente, ne trovò alla fine sciaguratamente il coraggio e con il cuore in gola iniziò a parlare con grande stupore di tutti, cercando di comunicare agli altri quello che Mussolini aveva detto nel suo ultimo discorso a Milano. Tutti gli sguardi erano su di lei, ma purtroppo anche quelli di due partigiani che presiedevano l’ingresso del capannone.
Non le permisero che una breve allocuzione rubata al tempo, perché fu presa e condotta in una stanza, dove sembrava piuttosto che stesse già operando un improvvisato tribunale. Uno dei due uomini che l’avevano condotta fin lì, si avvicinò a quello che sembrava essere il comandante e gli parlò all’orecchio: il comandante guardò e fece con le mani un gesto inequivocabile che alludeva alle forbici.
E fu così che Elsa dovette subire, fra insulti, risate e scherno l’umiliante rito del taglio dei capelli a zero e subito dopo rinchiusa in una stalla in stato di isolamento. Arrivò la notte: mentre si accingeva a dormire in un rimediato letto di paglia, prendeva spazio nella sua mente il passato, i ricordi e i racconti dei suoi genitori e degli anziani.
Quando Elsa nacque, era una domenica del marzo 1926, scampoli di primavera: nuvoloni neri incombevano sul paesino arroccato, mentre le cime superiori della catena preappenninica erano ancora qua e là imbiancate di grappoli di neve.
Papà Eugenio,uscendo di casa per raggiungere il circolo Umberto I di cui era presidente, pensò che la ricorrenza annuale dell’emanazione dello statuto albertino forse non poteva stavolta essere dignitosamente festeggiata dal corteo dei soci con le autorità, le forze dell’ordine in alta uniforme e gli affezionati alle tradizioni, quel corteo che lo vedeva in prima fila con la bandiera e che ogni anno si snodava per le vie del “centro storico”, che poi era tutto il paese.
La moglie, incinta per la sesta volta, aveva accusato qualche segnale risolutivo il giorno precedente: questa creatura non era stata particolarmente desiderata, ma l’attesa era stata vissuta con grande trepidazione, emozione e una particolare tenerezza da entrambi i genitori ormai non più giovani, il cui figlio più grande aveva superato i venticinque anni.
Eugenio sulla porta spalancata del circolo attendeva e pensava al secolo inquieto e conflittuale mentre la gente che scorreva in piazza di fronte a lui, gli chiedeva la stessa cosa, e cioè di Emma la moglie.
Eugenio, di mestiere falegname, un monarchico-liberale, ed Emma la moglie, una santa donna, avevano educato i figli ai principi dell’onore e della libertà.
Avevano dovuto subire il fascismo: ciononostante i figli avrebbero dovuto comportarsi come gli altri perché non era giusto che fossero emarginati dal contesto della società sia pure fascista e clerico-fascista.
Quando ogni anno per quella ricorrenza, la prima domenica del mese, Eugenio si piazzava lì in attesa sulla soglia del circolo Umberto I, subito gli si avvicinava il locale segretario del fascio con quella sua aria saccente ed arrogante che gli ricordava puntualmente, quasi fosse un rito, che il regime aveva bisogno di gente schietta, di chiara fede senza riserve e tentennamenti, alludendo alla sua posizione troppo defilata e troppo poco entusiasta, anzi direi molto fredda per la causa fascista. Il falegname fingeva di ascoltarlo ma pensava piuttosto in cuor suo a questa grossa responsabilità di mettere al mondo i figli quando si erano superati i cinquant'anni per consegnarli ad un mondo che correva non si sa dove e dove sembravano prevalere gli arroganti, i disonesti, le persone senza scrupolo, gli arrivisti, quelli "senza coscienza".
Ma una volta che erano nati, ai figli, appena erano in grado di capire, Eugenio ricordava che nella sua casa povera c'era ancora una grande ricchezza: la libertà. Dopo aver ascoltato gli insegnamenti dei genitori, i figli erano liberi di orientare le loro scelte e quindi di gestire la loro vita quotidiana come meglio credevano. Ma attenzione! Vi erano dei valori di giustizia, moralità, onestà che non potevano essere violati: se questo fosse accaduto, la loro stessa famiglia li avrebbe respinti "perché con l'onore non si scherza! ". Eugenio credeva in Dio ma poco nei preti e nel loro sistema di potere: i figli andavano a scuola e al catechismo, frequentavano la parrocchia così come le altre strutture sociali del paese. Ad una figlia che aveva voluto iscriversi all'Azione Cattolica, aveva ricordato che così facendo si assumeva degli impegni verso regole tipiche degli ambienti notoriamente bigotti, dei baciapile e scrostamuri, per cui quel distintivo le sarebbe stato di impaccio qualora avesse voluto condividere con tutti gli altri giovani, balli, teatro ed altri leciti divertimenti. Ma dei figli sinora comunque non aveva avuto di che lamentarsi: erano giovani onesti e rispettati da tutti! Mentre qualche socio ed amico si stava pigramente avvicinando al circolo ed entrava dopo averlo caldamente salutato, tra i nuvoloni incombenti irruppero raggi decisi di un sole sdoganato che cambiò decisamente ogni infausta previsione circa le previste manifestazioni. Quando nel giro di qualche minuto,la luce si fece più intensa quasi abbagliante, Eugenio vide affacciarsi in fondo alla piazza, trafelata per la lunga corsa, Ada la cognata che lo chiamava: "Corri Eugenio, corri a casa: è nata, è nata...". Eugenio in un attimo dette disposizioni al suo principale collaboratore che si congratulò con lui, di proseguire con le cerimonie e scappò verso casa: era nata ELSA.
Questo l’esordio della “vita raccontata”, trasfigurata nella fantasia. Ma ben più pressanti nella mente di Elsa si riaffacciavano i suoi ricordi struggenti di bambina della 4^ elementare.
E’ il 1935: Elsa ascolta la lezione di storia della maestra Ottavia con interesse e grande partecipazione emotiva quando parla della pace vittoriosa (grande guerra 1915-18), cui erano seguiti anni tristissimi di sfrenata anarchia. Infatti c’erano stati uomini senza alcun sentimento di patria e dell’onore che avevano condotto una dissennata propaganda di odio contro la Religione, la Patria, la Monarchia, e poiché miravano a sovvertire tutti gli ordinamenti sociali, furono chiamati sovversivi. La loro opera distruttiva era stata facilitata dalle privazioni sofferte dal popolo durante i lunghi anni di guerra, le quali, anche dopo la pace, non potevano cessare d’un tratto, come per miracolo. Ma i sovversivi dissero che nulla di buono aveva ed avrebbe portato la guerra e che questa era stata un’inutile, colpevole strage. Presto si videro gli effetti della loro parola seminatrice di discordie: le città e le campagne furono desolate da sommosse e da uccisioni e quanti conservavano l’onore e la fede nei destini d’Italia, nelle glorie delle guerre, nella santità della Religione e la passione dell’amor di Patria, furono derisi, perseguitati, fatti bersaglio delle peggiori violenze ed anche la bandiera tricolore con lo stemma sabaudo, la sacra insegna della Patria, veniva insultata, strappata, trascinata nel fango. “Ma l’Italia fu salvata, perché così ha voluto la Provvidenza, da Benito Mussolini”. Il Duce che era stato fra i più fervidi sostenitori della guerra contro l’Austria ed aveva valorosamente combattuto come bersagliere soffrendo gravi ferite, si era dedicato con la stessa fede e con lo stesso coraggio, a costo della vita, alla santa missione di ridestare nel popolo italiano quelle virtù che venivano dal risorgimento fino alla grande guerra vittoriosa. Egli affrontò e vinse i sovversivi; riportò la disciplina laboriosa e l’orgoglio patriottico nella gente, restituì l’onore a coloro che avevano combattuto. Con la marcia su Roma e l’avvento del Governo fascista, tornò la concordia fra gli Italiani che furono grati al Duce non soltanto per il progresso della Nazione da lui procurato, ma anche per aver determinato un evento memorabile: la Conciliazione fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica romana del 1929.
“ Ed è così che – concludeva la maestra – l’Italia gode oggi di grande prestigio e rispetto fra le Nazioni che ammirano i nobili esempi e successi del Fascismo in tutti i campi grazie all’opera e alla genialità di Benito Mussolini”.
La maestra Ottavia aveva gli anni del secolo, viveva di passioni, per il suo Duce, per i suoi alunni, per il fascismo, per la vecchia madre inferma che l’attendeva a casa per darle ogni giorno una carezza con la mano tremante.
Elsa assimilava tutto e sognava….. sognava di diventare grande in fretta per poter corrispondere ai desideri del Duce per l’onore di essere una donna italiana.
Elsa ricordava poi di aver sentito alla radio la seguente frase del Duce: "Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni: ora basta!” Era il 2 ottobre 1935: la radio in piazza amplificata invadeva il paese: il Duce annunciava l'inizio della guerra contro l’Etiopia. Pochi giorni dopo la maestra espose nell’aula la cartina dell' Africa orientale e le alunne puntarono una bandierina tricolore su Adua italiana. Poi la maestra dettò alle alunne il comunicato e il telegramma di esultanza e di compiacimento inviato dal Duce ai gloriosi combattenti. Evviva Adua italiana! Sul fronte nord avanzavano le truppe di Badoglio, mentre dal sud avanzava Graziani: la maestra annunciava giornalmente i progressi delle truppe italiane che avanzavano occupando le città ed Elsa con le sue compagne, fra cui Sandra e Ruth spostavano diligentemente le bandierine italiane sulla carta geografica, finché i nostri soldati non entrarono vittoriosamente in Addis Abeba . La notizia venne comunicata in una solenne adunata da Mussolini e trasmessa per radio. Elsa, Sandra e Ruth, accolsero la notizia in un delirante entusiasmo e insieme ai loro compagni di classe inneggiarono calorosamente ai Sovrani d’Italia, al Duce, ai valorosi Combattenti, ai prodi Condottieri, agli Eroi Caduti.
Era una grande amicizia quella fra Elsa, Sandra e Ruth, compagne di scuola e di giochi. Ma arriva il 1938 e con esso le leggi razziali, come un improvviso temporale in estate. Elsa, figlia di un monarchico liberale, e Sandra, figlia di un socialista azzittito dal regime, vedono partire in cerca di un asilo sicuro Ruth, figlia dell’orefice ebreo e non riescono a capire, soffrendone ambedue, la discriminazione che si è abbattuta nei confronti della comune amica Ruth… Elsa ricordava di aver chiesto al parroco del paese: “ Don Bruno, perché preghiamo per i “perfidi” Giudei ? I dodici apostoli non erano forse ebrei?”.
E’ il 10 giugno 1940: Elsa e Sandra, nonostante tutto, credono che ha ragione Mussolini quando afferma che basterà qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori…
8 settembre 1943: Elsa e Sandra hanno 17 anni, ma adesso le loro strade si dividono: maturano due scelte diametralmente opposte per l’ onore che nascono da passioni a suo tempo condivise. Sandra raccoglie i bigliettini lasciati lungo i binari dai deportati chiusi nei carri bestiame, poi diventa staffetta partigiana e infine, vuol combattere, alla macchia. Nel luglio del 1944 in una città del norditalia tre ausiliarie della RSI, Elsa, Margherita ed Elvira si incontrano e condividono compiti (servizi speciali), cameratismo, amicizia, fino al giorno appena trascorso (25 aprile 1945).
Ripercorrendo la sua vita con questi ricordi, la tragica notte di Elsa rimase insonne.
www.tedescotraduzioni.com
L'ONORE E LA PASSIONE romanzo storico di Giuseppe Bronzi e Roberta Sprengler
lunedì 20 settembre 2010
Presentazione e intero testo del romanzo
Presentazione
di Helen Klein, vicepresidente dell’Associazione per i meetings per la memoria
Il prof. Giuseppe Bronzi mi ha affidato il compito di presentare l’ ONORE E LA PASSIONE ai lettori. Coloro che hanno letto SPECCHI SUL LAGO 1944 sanno che il romanzo in quella prima edizione ruota sostanzialmente intorno al personaggio di Margherita, una vera amazzone, cerebrale, alla ricerca di una sua identità personale sotto diversi punti di vista, una figura che ha affascinato moltissimo l’autore medesimo (oggi è una ultraottantenne con uno sguardo profondo, un magnetismo e una mente straordinaria). Si è aperta grandiosamente a lui nel racconto rivelando una straordinaria capacità di mettersi a nudo e di outing: il personaggio di Luciano rimane in penombra pur risultando l’unico vero eroe e tale viene proclamato.
Ma Margherita non riesce ad uscire da una sua dialettica interiore, rimane prigioniera delle sue contraddizioni, non riesce a fare luce piena su se stessa, viene colpita negli affetti più teneri. Mentre esce dal campo di Casellina, morta Elvira, tradito Luciano, nessuna notizia di suo padre, già volontario in Russia, il doloroso ricordo della mamma morta sotto i bombardamenti in Sicilia, si ritrova con un pugno di foglie secche in mano. Rimarrà single per tutta la vita, dedicandosi all’insegnamento con grande successo e stima professionale.
Quando è uscito SPECCHI SUL LAGO 1944 1^ edizione, nessuno di noi conosceva la sorte di Elsa, una delle tre ausiliarie (le altre due erano Margherita ed Elvira), che il 25 aprile 1945 si incamminarono su quella strada lombarda verso un destino ignoto. Fu subito catturata (non riuscendo a trattenersi dall’inveire contro un gruppo di partigiani) e “Non si seppe più nulla di lei!”.
Nel luglio 2009 invece giunse all’autore un biglietto, seguito da una telefonata, in cui Elsa: “Io sopravvissi e… ( una breve sintesi della sua storia). La cosa più importante da farsi, era che Margherita ed Elsa, le due sopravvissute, si incontrassero di nuovo e l’occasione fu la presentazione del romanzo SPECCHI SUL LAGO 1944 a Monterosso al mare nelle Cinqueterre alla villa Simoni. Ciò avvenne il 19 agosto 2009.
Se Margherita è esuberanza di attributi fisici e mentali, cervello, fascino, seduzione, calcolo, personaggio complesso, contraddittorio, Elsa è passione pura, istintiva, dedizione totale all’ideale e alla missione, è semplice, solare, diretta, nostalgica, sincera: ama fino in fondo senza pause o incertezze.
Coerente a se stessa, conosce e si innamora di Damiano, il partigiano bianco, che la convince della necessità di abbandonare una causa persa e superata dalla storia (IL RISCATTO DELL’ONORE TRADITO) per un'altra causa:IL RISCATTO DELL’UMANITA’ SOFFERENTE, DEI DEBOLI, DEGLI OPPRESSI, il cuore dell’ideale cristiano.
Perde nella lotta amorosa e sublima il tutto nella fondazione di una casa di accoglienza per ragazzi in difficoltà esistenziale ed emarginati: se Margherita non supera la sua, per così dire, negatività, rimanendo imprigionata nel suo passato, Elsa continua ancora oggi positivamente ad amare e ad operare per le nuove sfide del terzo millennio, finché ne avrà la forza.
Così si alimentano ancora L’ONORE E LA PASSIONE.
Prologo alle due storie parallele e correlate
25 aprile 1945: tre ausiliarie della RSI incontro al loro destino
Nel dare l’ultimo saluto ai camerati e alle camerate nella sede della brigata, in una città del Norditalia, il federale aveva sciolto tutti dal giuramento, lasciando libero ognuno di fare la scelta che riteneva più opportuna. Se qualcuno riteneva di poter raggiungere la propria abitazione, era libero di farlo. Li attendeva l’ignoto: disse anche che, rimanendo, nella migliore delle ipotesi avrebbero dovuto prepararsi al viaggio verso il campo di concentramento. Gli uomini imprecavano, le donne piangevano, mentre con le pale aiutavano lo scrivano a bruciare le carte degli archivi nelle caldaie; le loro lacrime sembravano alimentare le fiamme.
I più decisero di rimanere per apprestarsi all’ultima resistenza, mentre le tre ausiliarie Margherita, Elvira ed Elsa decisero di partire: Margherita stipò nello zaino tutto quello che poteva e così fecero le altre. Saluti, abbracci e lacrime.
Uscendo e dopo aver percorso qualche chilometro, si accorsero che tutto era cambiato: nelle piazze venivano abbattuti e distrutti gli stemmi, venivano issate le bandiere rosse e suonavano le campane di tutte le chiese.
Vedevano sfilare schiere dei partigiani: la gente applaudiva ai “traditori”.
Interruppero il loro incedere frenetico e convulso e rimasero per alcuni istanti immobili e impassibili, confuse e con l’anima nel caos.
Elsa, però, non si trattenne dall’apostrofare con asprezza un gruppuscolo di partigiani che inveiva, in preda anche ai fumi dell’alcool, contro il Duce: “Siete pecoroni e traditori…”.Fu riconosciuta: “E una spia fascista della brigata nera, la riconosco…”. Fu catturata e portata via: non si seppe più nulla di lei...
Capitolo 1°
Elsa prigioniera umiliata (Elsa sopravvisse e…)
Fu letteralmente trascinata e spinta per oltre 200 metri verso un camion dove già erano state caricate altre persone: anziani, giovani e donne di diversa età. Costretta a salire, si sedette ed ebbe modo per un attimo di guardare la lunga strada che aveva iniziato a percorrere insieme alle altre due ausiliarie. Sperò di poterle ancora vedere lontano in un sussulto di speranza. Ma non vide nessuno e cercò un dialogo con le persone che condividevano la sua condizione. Un giovane era ferito e imprecava contro Dio e gli uomini: “Ero a Milano tre giorni fa (22 aprile 1945), eravamo migliaia di fascisti in armi, siamo partiti da piazza Sansepolcro ed abbiamo sfilato per le strade di Milano fino a raggiungere corso Monforte, il quartier generale del Duce e chiedergli ordini definitivi in vista dell’ultima battaglia. Sfilavamo cantando gli inni della Repubblica Sociale. Entrammo nel cortile della Prefettura fino a riempirlo. Gridavamo Duce, Duce, il nostro entusiasmo fece scendere il Duce in mezzo a noi. Lo invocavamo dicendogli che non lo avremmo mai abbandonato… Il federale di Milano Costa lo supplicò a nome di tutti di dare ordini e di farci sapere quali fossero i suoi programmi. Li avremmo eseguiti sino in fondo. Mussolini ha parlato dicendo che avremmo potuto raggiungere i monti per resistere, ma che qualunque cosa fosse accaduta, tutti dovevano ricordare di aver combattuto per l’onore d’Italia. Ma disse anche che l’ora era grave e che dovevamo stringere i vincoli di cameratismo consacrati da tanti sacrifici perché l’Italia avrà ancora bisogno di noi…”.
Il giovane aveva interrotto il racconto in lacrime .
“Mi fu detto che Pavolini raccoglieva tutte le camicie nere per raggiungere il lago di Como, ma io avevo capito che Mussolini non aveva alcun programma preciso, anche perché alcuni gerarchi dialogando fra loro avevano detto che non esisteva alcun ridotto in Valtellina e che Como era soltanto una tappa per la fuga in Svizzera, un ingresso che le autorità elvetiche avrebbero forse consentito soltanto al Duce e ad una cerchia ristretta di collaboratori, forse tutti i membri del Governo, e non certo agli altri seguaci. Ascoltai un ufficiale di fanteria che riferì una frase dello stesso Graziani: “Temo che stavolta Mussolini pensi soltanto a se stesso e alla propria pelle…”.
Mi sembrava che il mondo stesse per crollarmi addosso, il cuore batteva forte e mi girava la testa: era meglio tornare dalla mia famiglia sul lago Maggiore. Così mi allontanai da Milano; chiesi ad una famiglia di contadini abiti da borghese in cambio della divisa, dell’orologio e dello zaino pieno zeppo di alimenti e sigarette, ma mi furono negati, perché per gente come me non c’era niente. Fui catturato e ferito alle porte di questa città e sono qui . E’ finita, camerati, non rivedrò più mia madre”.
Elsa fremeva di rabbia e di dolore: tutto era avvenuto così in fretta: si parlava di armi segrete che avrebbero cambiato i destini della guerra, si parlava anche di una pace separata con gli anglo americani per continuare la guerra contro i comunisti; invece “eccoci qui nelle loro mani”. E il Duce che non dà ordini, c’è chi dice che scappa: “Non è possibile, non è possibile,…”:continuava a ripetere.
Il camion uscì dalla città, una città in festa, e questa era la cosa più sorprendente e sconcertante per Elsa che aveva creduto con tutto l’ardore di una fede incrollabile nel fascismo e nel Duce (il suo secondo padre), che era un dovere di tutti gli italiani il ricatto dell’onore tradito. Non riusciva a comprendere come altri, magari della stessa generazione, potessero nel frattempo aver maturato scelte fondamentali opposte e sognare altri modelli e ideali di patria, assolutamente in buona fede e in pace con la loro coscienza di italiani..
Giunti in cima alla collina il camion si arrestò e svuotò il carico umano riversandolo in un grande capannone dove già erano presenti intere schiere di soldati della RSI, camicie nere, borghesi, donne: ma Elsa era l’unica donna in divisa con il gladio e il basco con lo stemma cucito del S:A.F. (Servizio ausiliario femminile).
Elsa avrebbe addirittura voluto quasi prendere la parola per motivare tutti all’orgoglio e al ricordo di aver combattuto per l’onore d’Italia, se ne avesse avuto il coraggio e la temerarietà. Dopo aver scalpitato fremente, ne trovò alla fine sciaguratamente il coraggio e con il cuore in gola iniziò a parlare con grande stupore di tutti, cercando di comunicare agli altri quello che Mussolini aveva detto nel suo ultimo discorso a Milano. Tutti gli sguardi erano su di lei, ma purtroppo anche quelli di due partigiani che presiedevano l’ingresso del capannone.
Non le permisero che una breve allocuzione rubata al tempo, perché fu presa e condotta in una stanza, dove sembrava piuttosto che stesse già operando un improvvisato tribunale. Uno dei due uomini che l’avevano condotta fin lì, si avvicinò a quello che sembrava essere il comandante e gli parlò all’orecchio: il comandante guardò e fece con le mani un gesto inequivocabile che alludeva alle forbici.
E fu così che Elsa dovette subire, fra insulti, risate e scherno l’umiliante rito del taglio dei capelli a zero e subito dopo rinchiusa in una stalla in stato di isolamento. Arrivò la notte: mentre si accingeva a dormire in un rimediato letto di paglia, prendeva spazio nella sua mente il passato, i ricordi e i racconti dei suoi genitori e degli anziani.
Quando Elsa nacque, era una domenica del marzo 1926, scampoli di primavera: nuvoloni neri incombevano sul paesino arroccato, mentre le cime superiori della catena preappenninica erano ancora qua e là imbiancate di grappoli di neve.
Papà Eugenio,uscendo di casa per raggiungere il circolo Umberto I di cui era presidente, pensò che la ricorrenza annuale dell’emanazione dello statuto albertino forse non poteva stavolta essere dignitosamente festeggiata dal corteo dei soci con le autorità, le forze dell’ordine in alta uniforme e gli affezionati alle tradizioni, quel corteo che lo vedeva in prima fila con la bandiera e che ogni anno si snodava per le vie del “centro storico”, che poi era tutto il paese.
La moglie, incinta per la sesta volta, aveva accusato qualche segnale risolutivo il giorno precedente: questa creatura non era stata particolarmente desiderata, ma l’attesa era stata vissuta con grande trepidazione, emozione e una particolare tenerezza da entrambi i genitori ormai non più giovani, il cui figlio più grande aveva superato i venticinque anni.
Eugenio sulla porta spalancata del circolo attendeva e pensava al secolo inquieto e conflittuale mentre la gente che scorreva in piazza di fronte a lui, gli chiedeva la stessa cosa, e cioè di Emma la moglie.
Eugenio, di mestiere falegname, un monarchico-liberale, ed Emma la moglie, una santa donna, avevano educato i figli ai principi dell’onore e della libertà.
Avevano dovuto subire il fascismo: ciononostante i figli avrebbero dovuto comportarsi come gli altri perché non era giusto che fossero emarginati dal contesto della società sia pure fascista e clerico-fascista.
Quando ogni anno per quella ricorrenza, la prima domenica del mese, Eugenio si piazzava lì in attesa sulla soglia del circolo Umberto I, subito gli si avvicinava il locale segretario del fascio con quella sua aria saccente ed arrogante che gli ricordava puntualmente, quasi fosse un rito, che il regime aveva bisogno di gente schietta, di chiara fede senza riserve e tentennamenti, alludendo alla sua posizione troppo defilata e troppo poco entusiasta, anzi direi molto fredda per la causa fascista. Il falegname fingeva di ascoltarlo ma pensava piuttosto in cuor suo a questa grossa responsabilità di mettere al mondo i figli quando si erano superati i cinquant'anni per consegnarli ad un mondo che correva non si sa dove e dove sembravano prevalere gli arroganti, i disonesti, le persone senza scrupolo, gli arrivisti, quelli "senza coscienza".
Ma una volta che erano nati, ai figli, appena erano in grado di capire, Eugenio ricordava che nella sua casa povera c'era ancora una grande ricchezza: la libertà. Dopo aver ascoltato gli insegnamenti dei genitori, i figli erano liberi di orientare le loro scelte e quindi di gestire la loro vita quotidiana come meglio credevano. Ma attenzione! Vi erano dei valori di giustizia, moralità, onestà che non potevano essere violati: se questo fosse accaduto, la loro stessa famiglia li avrebbe respinti "perché con l'onore non si scherza! ". Eugenio credeva in Dio ma poco nei preti e nel loro sistema di potere: i figli andavano a scuola e al catechismo, frequentavano la parrocchia così come le altre strutture sociali del paese. Ad una figlia che aveva voluto iscriversi all'Azione Cattolica, aveva ricordato che così facendo si assumeva degli impegni verso regole tipiche degli ambienti notoriamente bigotti, dei baciapile e scrostamuri, per cui quel distintivo le sarebbe stato di impaccio qualora avesse voluto condividere con tutti gli altri giovani, balli, teatro ed altri leciti divertimenti. Ma dei figli sinora comunque non aveva avuto di che lamentarsi: erano giovani onesti e rispettati da tutti! Mentre qualche socio ed amico si stava pigramente avvicinando al circolo ed entrava dopo averlo caldamente salutato, tra i nuvoloni incombenti irruppero raggi decisi di un sole sdoganato che cambiò decisamente ogni infausta previsione circa le previste manifestazioni. Quando nel giro di qualche minuto,la luce si fece più intensa quasi abbagliante, Eugenio vide affacciarsi in fondo alla piazza, trafelata per la lunga corsa, Ada la cognata che lo chiamava: "Corri Eugenio, corri a casa: è nata, è nata...". Eugenio in un attimo dette disposizioni al suo principale collaboratore che si congratulò con lui, di proseguire con le cerimonie e scappò verso casa: era nata ELSA.
Questo l’esordio della “vita raccontata”, trasfigurata nella fantasia. Ma ben più pressanti nella mente di Elsa si riaffacciavano i suoi ricordi struggenti di bambina della 4^ elementare.
E’ il 1935: Elsa ascolta la lezione di storia della maestra Ottavia con interesse e grande partecipazione emotiva quando parla della pace vittoriosa (grande guerra 1915-18), cui erano seguiti anni tristissimi di sfrenata anarchia. Infatti c’erano stati uomini senza alcun sentimento di patria e dell’onore che avevano condotto una dissennata propaganda di odio contro la Religione, la Patria, la Monarchia, e poiché miravano a sovvertire tutti gli ordinamenti sociali, furono chiamati sovversivi. La loro opera distruttiva era stata facilitata dalle privazioni sofferte dal popolo durante i lunghi anni di guerra, le quali, anche dopo la pace, non potevano cessare d’un tratto, come per miracolo. Ma i sovversivi dissero che nulla di buono aveva ed avrebbe portato la guerra e che questa era stata un’inutile, colpevole strage. Presto si videro gli effetti della loro parola seminatrice di discordie: le città e le campagne furono desolate da sommosse e da uccisioni e quanti conservavano l’onore e la fede nei destini d’Italia, nelle glorie delle guerre, nella santità della Religione e la passione dell’amor di Patria, furono derisi, perseguitati, fatti bersaglio delle peggiori violenze ed anche la bandiera tricolore con lo stemma sabaudo, la sacra insegna della Patria, veniva insultata, strappata, trascinata nel fango. “Ma l’Italia fu salvata, perché così ha voluto la Provvidenza, da Benito Mussolini”. Il Duce che era stato fra i più fervidi sostenitori della guerra contro l’Austria ed aveva valorosamente combattuto come bersagliere soffrendo gravi ferite, si era dedicato con la stessa fede e con lo stesso coraggio, a costo della vita, alla santa missione di ridestare nel popolo italiano quelle virtù che venivano dal risorgimento fino alla grande guerra vittoriosa. Egli affrontò e vinse i sovversivi; riportò la disciplina laboriosa e l’orgoglio patriottico nella gente, restituì l’onore a coloro che avevano combattuto. Con la marcia su Roma e l’avvento del Governo fascista, tornò la concordia fra gli Italiani che furono grati al Duce non soltanto per il progresso della Nazione da lui procurato, ma anche per aver determinato un evento memorabile: la Conciliazione fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica romana del 1929.
“ Ed è così che – concludeva la maestra – l’Italia gode oggi di grande prestigio e rispetto fra le Nazioni che ammirano i nobili esempi e successi del Fascismo in tutti i campi grazie all’opera e alla genialità di Benito Mussolini”.
La maestra Ottavia aveva gli anni del secolo, viveva di passioni, per il suo Duce, per i suoi alunni, per il fascismo, per la vecchia madre inferma che l’attendeva a casa per darle ogni giorno una carezza con la mano tremante.
Elsa assimilava tutto e sognava….. sognava di diventare grande in fretta per poter corrispondere ai desideri del Duce per l’onore di essere una donna italiana.
Elsa ricordava poi di aver sentito alla radio la seguente frase del Duce: "Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni: ora basta!” Era il 2 ottobre 1935: la radio in piazza amplificata invadeva il paese: il Duce annunciava l'inizio della guerra contro l’Etiopia. Pochi giorni dopo la maestra espose nell’aula la cartina dell' Africa orientale e le alunne puntarono una bandierina tricolore su Adua italiana. Poi la maestra dettò alle alunne il comunicato e il telegramma di esultanza e di compiacimento inviato dal Duce ai gloriosi combattenti. Evviva Adua italiana! Sul fronte nord avanzavano le truppe di Badoglio, mentre dal sud avanzava Graziani: la maestra annunciava giornalmente i progressi delle truppe italiane che avanzavano occupando le città ed Elsa con le sue compagne, fra cui Sandra e Ruth spostavano diligentemente le bandierine italiane sulla carta geografica, finché i nostri soldati non entrarono vittoriosamente in Addis Abeba . La notizia venne comunicata in una solenne adunata da Mussolini e trasmessa per radio. Elsa, Sandra e Ruth, accolsero la notizia in un delirante entusiasmo e insieme ai loro compagni di classe inneggiarono calorosamente ai Sovrani d’Italia, al Duce, ai valorosi Combattenti, ai prodi Condottieri, agli Eroi Caduti.
Era una grande amicizia quella fra Elsa, Sandra e Ruth, compagne di scuola e di giochi. Ma arriva il 1938 e con esso le leggi razziali, come un improvviso temporale in estate. Elsa, figlia di un monarchico liberale, e Sandra, figlia di un socialista azzittito dal regime, vedono partire in cerca di un asilo sicuro Ruth, figlia dell’orefice ebreo e non riescono a capire, soffrendone ambedue, la discriminazione che si è abbattuta nei confronti della comune amica Ruth… Elsa ricordava di aver chiesto al parroco del paese: “ Don Bruno, perché preghiamo per i “perfidi” Giudei ? I dodici apostoli non erano forse ebrei?”.
E’ il 10 giugno 1940: Elsa e Sandra, nonostante tutto, credono che ha ragione Mussolini quando afferma che basterà qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori…
8 settembre 1943: Elsa e Sandra hanno 17 anni, ma adesso le loro strade si dividono: maturano due scelte diametralmente opposte per l’ onore che nascono da passioni a suo tempo condivise. Sandra raccoglie i bigliettini lasciati lungo i binari dai deportati chiusi nei carri bestiame, poi diventa staffetta partigiana e infine, vuol combattere, alla macchia. Nel luglio del 1944 in una città del norditalia tre ausiliarie della RSI, Elsa, Margherita ed Elvira si incontrano e condividono compiti (servizi speciali), cameratismo, amicizia, fino al giorno appena trascorso (25 aprile 1945).
Ripercorrendo la sua vita con questi ricordi, la tragica notte di Elsa rimase insonne.
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mercoledì 20 aprile 2011
Die Ehre und die Passion (V.Teil)
Kapitel 9
Elsa und Sandra am Bett von Damiano (1988)
Nachdem Sandra Elsa nach 40 Jahren wiedersah, lief sie ihr entgegen, umarmte sie und bat sie leise, ihr ins Ohr flüsternd, um Verzeihung für ihre Übertreibungen, die sie hatten leiden lassen: Damiano war dort, ein wirklicher, von der Krankheit zerstörter Schatten von Mann, aber der Blick und der Stil waren immer noch die Alten: Er sagte: „Endlich sehe ich euch wieder, zusammen und in Frieden!“
Elsa drückte ihn ans Herz und sprach, wenn auch ohne Worte, dann doch mit unaufhörlichen Tränen. Damiano schenkte ihr dagegen ein langes letztes Lächeln: „Meine Kleine!“. „Kleine, was haben wir dir angetan?“
Dann gibt es viele andere Sachen, die Elsa und Sandra uns erzählen … und wer weiß, wie viele wir noch zum Schreiben finden.
Elsa und Sandra in Auschwitz in der Erinnerung an ihre gemeinsame Kindheitsfreundin Ruth, die Tochter des jüdischen Uhrmachers (2006)
„An diesem schrecklichen, mit Verbrechen an Gott und der Menschheit beladenen Ort, was ohne einen Vergleich in der Geschichte ist, das Wort zu ergreifen ist fast unmöglich – und es ist besonders schwierig und bedrückend für einen Christen, für einen Papst, der aus Deutschland kommt. In einem Ort wie diesem werden die Worte weniger, im Grunde genommen kann nur noch ein bestürztes Schweigen bleiben – ein Schweigen, das ein innerer Schrei in Richtung Gott ist: Warum, Herr, hast du geschwiegen? Warum hast du das alles gutheißen können? In diesem Stillhalten verneigen wir uns tief in unserem Inneren vor der unzählbaren Reihe von denjenigen, die hier gelitten haben und hier umgebracht wurden; dieses Stillhalten wurde aber dennoch eine laute Frage nach Vergebung und Versöhnung, ein Schrei zum lebendigen Gott, niemals wieder etwas Ähnliches zuzulassen.“ So sprach Papst Benedikt XVI im Konzentrationslager in Auschwitz-Birkenau am 28. Mai 2006.
Elsa und Sandra sind nicht weit vom sprechenden Papst entfernt. Sandra informierte Elsa während ihres Treffens im Krankenhaus von Carrara im Oktober 1988 über den Tod von Ruth und ihrer Familie in Auschwitz: im Jahr 1938 waren sie nach Frankreich ausgewandert, wo sie im Jahr 1943 von den Kollaborateuren von Vichy bei der SS angezeigt wurden. Es begann ihre Odyssee durch verschiedene Lager bis hin zur Hölle von Auschwitz. Sie starb am 25. Dezember 1944, sie war 17 Jahre alt.
Margherita und Elsa erneut vereint nach 64 Jahren (1945 – 2009)
19. August 2009. In der Villa Simoni in der wunderschönen Umgebung der Cinqueterre in Monterosso al Mare (SP) fand die Vorstellung des Romans „Specchi sul lago 1944“ des aus Cortona stammenden Giuseppe Bronzi statt, unter der Anwesenheit der Präsidentin der Gesellschaft für die Treffen der Erinnerung Frau Dr. Gertrud Speer, der Vize-Präsidentin und Sekretärin Frau Prof. Helen Klein, Dozentin für Geschichte in Trier (Deutschland), der Hauptdarsteller des Romans: „Margherita“, „Luciano“ und „Elsa“ und von vielen anderen Mitgliedern der Gesellschaft. Frau Dr. Speer dankte der außergewöhnlichen Mäzenin aller Unternehmungen von Professor Bronzi, Frau Dr. Roberta Sprengler Simoni, Hausherrin, und auch ihrem Ehemann Herrn Dr. Luigi Simoni für seine besondere Freundlichkeit und Hilfsbereitschaft.
Die Rührung überkam alle, als „Margherita“ und „Elsa“ sich wiedersahen, das erste Mal seit dem 25. April 1945. Von Letzterer gab es keinerlei Nachrichten.
Sie erzählte ihr Leben, einen Roman, dessen Ende noch nicht geschrieben ist, angesichts ihrer Überaktivität, und sie umfasste mehr als 70 Jahre der Geschichte des 20. Jahrhunderts und noch mehr: mit 18 wurde sie Helferin der RSI, dann kam ihre Liebesgeschichte mit Damiano, dem weißen Partisanen und engem Mitarbeiter von Enrico Mattei, anschließend die Identitätskrise und die erneute Befreiung, die keine Phrase von verkaufter Ehre war, sondern die tragende Wahl, sich den christlichen und demokratischen Werten der Partei von De Gasperi, Don Sturzo, Mattei usw. anzuschließen. Sie erlebte das Drama und das Geheimnis vom Tod Enrico Matteis aus der Nähe mit, sie kannte die Pira, Fanfani und Moro, lebte mit großer Leidenschaft in der Zeit des ökumenischen Konzils Vatikan II, und mit ebenso viel Frustration den rückläufigen Kirchenprozess der Wiedereinführung, die ab dem „anderen Wojtyla“ gewollt war. Sie fand nach langen und hartnäckigen Recherchen Damiano wieder, der 40 Jahre zuvor aus ihrem Leben verschwunden war. Sie fand ihn erst im Jahr 1988 wieder, im Krankenhaus von Carrara, wo er 80-jährig an Krebs im Endstadium erkrankt lag.
Heute ist Elsa, geboren im Jahr 1926, 83 Jahre alt, und seit dem Jahr 2000 führt die Witwe mit Hilfe ihrer Kinder in den ostligurischen Bergen eine kleine Gesellschaft für die Befreiung von Drogenabhängigen.
Mit dieser Einstellung haben die Teilnehmer der Zusammenkunft mit ihr zusammen den „via dell’amore“ (die Straße der Liebe) von Riomaggiore bis nach Manarola zurückgelegt: „Mein ganzes Leben“ – sagt Elsa – „ist eine Liebesgeste gewesen, mit unterschiedlichen Hintergründen, die Liebe des Herzens einer Frau.“
INHALTSVERZEICHNIS
VORSTELLUNG von Helen Klein
Vizepräsidentin der Gesellschaft für die Treffen der Erinnerung Seite 5
VORWORT ZU DEN BEIDEN PARALLEL VERLAUFENDEN UND IN WECHSELSEITIGER BEZIEHUNG STEHENDEN GESCHICHTEN
25. April 1945: drei Helferinnen der RSI und die Begegnung
mit ihrem Schicksal Seite 7
KAPITEL 1
Elsa, die gedemütigte Gefangene (Elsa überlebte und …) Seite 9
KAPITEL 2
Margherita, Elvira und Don Enrico Seite 17
KAPITEL 3
Ein Engel für Elsa: Damiano, der weiße Partisan Seite 32
KAPITEL 4
Margherita und Elvira: die Reise Seite 36
KAPITEL 5
Elsa und Sandra erneut beieinander, aber Rivalen bei Damiano Seite 53
KAPITEL 6
Margherita und Elvira: die Gefangenschaft Seite 56
KAPITEL 7
Die Befreiung von Elsa Seite 68
KAPITEL 8
Die Rückschau: Margherita und Luciano (1943 – 44)
und erneut zusammen (2001) Seite 70
KAPITEL 9
Elsa und Sandra am Bett von Damiano (1988) Seite 91
Elsa und Sandra in Auschwitz in der Erinnerung
an ihre gemeinsame Kindheitsfreundin Ruth, die Tochter
des jüdischen Uhrmachers (2006) Seite 91
Margherita und Elsa erneut vereint nach 64 Jahren (1945 – 2009) Seite 9
Traduzione dall’italiano al tedesco di Gianni Casoni e Christine Konstantinidis.
www.tedescotraduzioni.com
Elsa und Sandra am Bett von Damiano (1988)
Nachdem Sandra Elsa nach 40 Jahren wiedersah, lief sie ihr entgegen, umarmte sie und bat sie leise, ihr ins Ohr flüsternd, um Verzeihung für ihre Übertreibungen, die sie hatten leiden lassen: Damiano war dort, ein wirklicher, von der Krankheit zerstörter Schatten von Mann, aber der Blick und der Stil waren immer noch die Alten: Er sagte: „Endlich sehe ich euch wieder, zusammen und in Frieden!“
Elsa drückte ihn ans Herz und sprach, wenn auch ohne Worte, dann doch mit unaufhörlichen Tränen. Damiano schenkte ihr dagegen ein langes letztes Lächeln: „Meine Kleine!“. „Kleine, was haben wir dir angetan?“
Dann gibt es viele andere Sachen, die Elsa und Sandra uns erzählen … und wer weiß, wie viele wir noch zum Schreiben finden.
Elsa und Sandra in Auschwitz in der Erinnerung an ihre gemeinsame Kindheitsfreundin Ruth, die Tochter des jüdischen Uhrmachers (2006)
„An diesem schrecklichen, mit Verbrechen an Gott und der Menschheit beladenen Ort, was ohne einen Vergleich in der Geschichte ist, das Wort zu ergreifen ist fast unmöglich – und es ist besonders schwierig und bedrückend für einen Christen, für einen Papst, der aus Deutschland kommt. In einem Ort wie diesem werden die Worte weniger, im Grunde genommen kann nur noch ein bestürztes Schweigen bleiben – ein Schweigen, das ein innerer Schrei in Richtung Gott ist: Warum, Herr, hast du geschwiegen? Warum hast du das alles gutheißen können? In diesem Stillhalten verneigen wir uns tief in unserem Inneren vor der unzählbaren Reihe von denjenigen, die hier gelitten haben und hier umgebracht wurden; dieses Stillhalten wurde aber dennoch eine laute Frage nach Vergebung und Versöhnung, ein Schrei zum lebendigen Gott, niemals wieder etwas Ähnliches zuzulassen.“ So sprach Papst Benedikt XVI im Konzentrationslager in Auschwitz-Birkenau am 28. Mai 2006.
Elsa und Sandra sind nicht weit vom sprechenden Papst entfernt. Sandra informierte Elsa während ihres Treffens im Krankenhaus von Carrara im Oktober 1988 über den Tod von Ruth und ihrer Familie in Auschwitz: im Jahr 1938 waren sie nach Frankreich ausgewandert, wo sie im Jahr 1943 von den Kollaborateuren von Vichy bei der SS angezeigt wurden. Es begann ihre Odyssee durch verschiedene Lager bis hin zur Hölle von Auschwitz. Sie starb am 25. Dezember 1944, sie war 17 Jahre alt.
Margherita und Elsa erneut vereint nach 64 Jahren (1945 – 2009)
19. August 2009. In der Villa Simoni in der wunderschönen Umgebung der Cinqueterre in Monterosso al Mare (SP) fand die Vorstellung des Romans „Specchi sul lago 1944“ des aus Cortona stammenden Giuseppe Bronzi statt, unter der Anwesenheit der Präsidentin der Gesellschaft für die Treffen der Erinnerung Frau Dr. Gertrud Speer, der Vize-Präsidentin und Sekretärin Frau Prof. Helen Klein, Dozentin für Geschichte in Trier (Deutschland), der Hauptdarsteller des Romans: „Margherita“, „Luciano“ und „Elsa“ und von vielen anderen Mitgliedern der Gesellschaft. Frau Dr. Speer dankte der außergewöhnlichen Mäzenin aller Unternehmungen von Professor Bronzi, Frau Dr. Roberta Sprengler Simoni, Hausherrin, und auch ihrem Ehemann Herrn Dr. Luigi Simoni für seine besondere Freundlichkeit und Hilfsbereitschaft.
Die Rührung überkam alle, als „Margherita“ und „Elsa“ sich wiedersahen, das erste Mal seit dem 25. April 1945. Von Letzterer gab es keinerlei Nachrichten.
Sie erzählte ihr Leben, einen Roman, dessen Ende noch nicht geschrieben ist, angesichts ihrer Überaktivität, und sie umfasste mehr als 70 Jahre der Geschichte des 20. Jahrhunderts und noch mehr: mit 18 wurde sie Helferin der RSI, dann kam ihre Liebesgeschichte mit Damiano, dem weißen Partisanen und engem Mitarbeiter von Enrico Mattei, anschließend die Identitätskrise und die erneute Befreiung, die keine Phrase von verkaufter Ehre war, sondern die tragende Wahl, sich den christlichen und demokratischen Werten der Partei von De Gasperi, Don Sturzo, Mattei usw. anzuschließen. Sie erlebte das Drama und das Geheimnis vom Tod Enrico Matteis aus der Nähe mit, sie kannte die Pira, Fanfani und Moro, lebte mit großer Leidenschaft in der Zeit des ökumenischen Konzils Vatikan II, und mit ebenso viel Frustration den rückläufigen Kirchenprozess der Wiedereinführung, die ab dem „anderen Wojtyla“ gewollt war. Sie fand nach langen und hartnäckigen Recherchen Damiano wieder, der 40 Jahre zuvor aus ihrem Leben verschwunden war. Sie fand ihn erst im Jahr 1988 wieder, im Krankenhaus von Carrara, wo er 80-jährig an Krebs im Endstadium erkrankt lag.
Heute ist Elsa, geboren im Jahr 1926, 83 Jahre alt, und seit dem Jahr 2000 führt die Witwe mit Hilfe ihrer Kinder in den ostligurischen Bergen eine kleine Gesellschaft für die Befreiung von Drogenabhängigen.
Mit dieser Einstellung haben die Teilnehmer der Zusammenkunft mit ihr zusammen den „via dell’amore“ (die Straße der Liebe) von Riomaggiore bis nach Manarola zurückgelegt: „Mein ganzes Leben“ – sagt Elsa – „ist eine Liebesgeste gewesen, mit unterschiedlichen Hintergründen, die Liebe des Herzens einer Frau.“
INHALTSVERZEICHNIS
VORSTELLUNG von Helen Klein
Vizepräsidentin der Gesellschaft für die Treffen der Erinnerung Seite 5
VORWORT ZU DEN BEIDEN PARALLEL VERLAUFENDEN UND IN WECHSELSEITIGER BEZIEHUNG STEHENDEN GESCHICHTEN
25. April 1945: drei Helferinnen der RSI und die Begegnung
mit ihrem Schicksal Seite 7
KAPITEL 1
Elsa, die gedemütigte Gefangene (Elsa überlebte und …) Seite 9
KAPITEL 2
Margherita, Elvira und Don Enrico Seite 17
KAPITEL 3
Ein Engel für Elsa: Damiano, der weiße Partisan Seite 32
KAPITEL 4
Margherita und Elvira: die Reise Seite 36
KAPITEL 5
Elsa und Sandra erneut beieinander, aber Rivalen bei Damiano Seite 53
KAPITEL 6
Margherita und Elvira: die Gefangenschaft Seite 56
KAPITEL 7
Die Befreiung von Elsa Seite 68
KAPITEL 8
Die Rückschau: Margherita und Luciano (1943 – 44)
und erneut zusammen (2001) Seite 70
KAPITEL 9
Elsa und Sandra am Bett von Damiano (1988) Seite 91
Elsa und Sandra in Auschwitz in der Erinnerung
an ihre gemeinsame Kindheitsfreundin Ruth, die Tochter
des jüdischen Uhrmachers (2006) Seite 91
Margherita und Elsa erneut vereint nach 64 Jahren (1945 – 2009) Seite 9
Traduzione dall’italiano al tedesco di Gianni Casoni e Christine Konstantinidis.
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martedì 19 aprile 2011
Die Ehre und die Passion (IV.Teil)
Kapitel 7:
Die Befreiung Elsas
Damiano blieb überrascht gegenüber einem wirklichen Sturm von aus der Luft gegriffenen Boshaftigkeiten, die nach dem Treffen von Seiten Sandras auf seine alte Freundin Elsa niederprasselten.
Aber warum gab es so viel Hass? Die Antwort war offensichtlich: Sandra hatte so eine neue Runde verführerischer Techniken im Verhältnis zu Damiano angefangen. Beleidigende Worte, scheele Blicke, um Elsa abzuwerten, um die Möglichkeiten zu erhöhen, ihren Chef zu verführen: eine typisch weibliche Aggressivität, sehr bissig für ihre ganze fruchtbare Zeit, wenn das Potential für die Empfängnis und den Kampf um den idealen Partner, der sich jetzt herauskristallisierte, am intensivsten war.
Elsa war süß, vielleicht hübsch, aber nicht schön, ein Gesicht jedoch, das nicht den zwischengeschlechtlichen Neid aufstachelte, sondern eher die Nähe, die Komplizenschaft und die Solidarität der anderen Frauen. Sandra, unerschütterlich und tobend, sagte stattdessen immer wieder: „Elsa hat ein nichtssagendes Gesicht: ich verstehe nicht, wie sie im Übrigen einen Mann anziehen könnte.“
Elsa jedoch litt ihrerseits und ertrug es still. Ihre Minderwertigkeit, die ihr voll bewusst war, wurde immer schlimmer und unangenehmer. Sie erkannte in diesen Salven von Worten und drohenden Blicken die Sandra von wenigen Jahren zuvor nicht wieder, und nicht nur, weil die Umstände sich geändert hatten, sondern auch, weil sie immer das „Kind“ geblieben war, aufrichtig und offen, jetzt mit der Frische und Reinheit der ersten Verliebtheit, Träumerin und Idealistin. Sandra hatte sich sehr verändert: in den täglichen Kontakten einer ihr auferlegten Zusammenarbeit und akzeptiert wegen der Liebe zum ruhigen Leben (und zu Damiano) stellte sie sich als sehr pragmatisch, zynisch, manchmal sarkastisch, intolerant und oft gequält von einer wilden unkontrollierbaren Wut heraus … im Großen und Ganzen war sie in den Augen der Freundin absolut nicht wiederzuerkennen. Aber Elsa war nicht so naiv, nicht zu merken, was der Grund für dieses „Erdbeben“ war und dachte und sagte etwas Anderes, und setzte so eine Verführungstaktik in Bezug auf den begehrten Mann in die Tat um. Wenn Damiano es am Anfang in ihrem Verhältnis mit Zärtlichkeit versucht hatte, musste sie dieses Gefühl nähren: ihr stand die Rolle des sich nicht verteidigenden Opfers gut, die „Kleine“ und so weiter. Wenn Damiano das nicht vergessen würde, würde bald der richtige Moment und die richtige Art kommen, ihm zu zeigen, dass er sie auch mit anderen Augen anschauen könnte und müsste … die Frau (und zwar jede Frau) wüsste, wie man das macht.
Und dann wählte Damiano auch noch Sandra als seine Ehefrau aus, was zu den Geheimnissen der Liebesleidenschaft gehörte, jenem Sturzbach von Emotionen, Unruhe, Gedanken und Trieben, deren Zusammensetzung niemals ganz klar sind, weil es ein trüber übervoller Schwall ist, der verkommt und überschwemmt.
Nachdem das Paar die Arbeit im Lager UNRRA aufgegeben hatte, verschwand es für lange Zeit aus den Augen von Elsa, die von 1948 bis 1988 nicht aufhörte Damiano zu suchen, aber Sandra wusste genau, wie sie ihn mit allen Mitteln versteckt halten konnte.
Aber in der Zwischenzeit, durch die Gespräche mit Damiano, hatte Elsa gelernt, dass der Beweis der Ehre, der einen Teil ihrer Jugend für ein verschwundenes und von den Ereignissen (die Liebe zum Vaterland, die überschattet wurde vom Nationalismus und vom mystischen Nationalfaschismus) eingeholtes Ideal begeistert hatte, mit Passion an den großen Projekten des moralischen Wiederaufrichtens und des materiellen Wiederaufbaus des demokratischen Italiens angewandt werden könne: zusammen mit ihm hatte sie die neuen Väter des Vaterlandes, unter ihnen den großen Enrico Mattei, kennen und schätzen lernen können.
Elsa heiratete Franco, und mit ihm hatte sie zwei Kinder. Seit 1985 war sie verwitwet, und am Ende des Sommers 1988 erfuhr sie, dass Damiano an Krebs im Endstadium erkrankt war und in der onkologischen Abteilung des Krankenhauses von Carrara lag.
Kapitel 8:
Die Rückschau: Margherita und Luciano (1943 – 44) und erneut zusammen (2001)
Endlich frei, aber auch allein, trug Margherita, als sie aus dem Lager von Casellina wegging, zusammen mit ihrem alten Rucksack voller Zigaretten, Süßigkeiten und einigen Dosen Fleisch auch eine sehr schwere Last von Trauer, Leid, Frustration, Angst und Gewissensbissen mit sich; ja, Gewissensbisse, aber auch Bedauern … unterdrückte Gefühle und eine verratene Liebe zu Luciano, dem Partisanen. Sie hatte bis zu jenem Augenblick gewisse Wendungen ihrer Gefühle und der nostalgischen Erinnerungen unterdrückt, indem sie alles rationalisierte wie es sich gehörte: sie hatte ihre Rolle als Informandin ausgeübt und hatte die passendste Wahl getroffen, oder vielleicht die einzige, die sie treffen konnte.
Es war der 1. Dezember 1945 und es waren genau zwei Jahre seit jenem 1. Dezember 1943 vergangen, als sie ihn auf jener wunderbaren Terrasse am See getroffen hatte.
Eine alte Legende erzählt, dass in der Nähe jeden Sees Feen leben. Ab und zu kommen sie aus ihrer Grotte heraus und gehen auf den See tanzen. Dadurch rufen sie einen dichten und Schrecken erregenden Nebel hervor, der das Wasser verhüllt. Wenn dann in jenem Moment eine Menschenseele ihre Einsamkeit stört, blicken sie hinaus auf die Grenze der Nebelwand und, lächelnd und verlockend, verzaubern: sie verhexen das Geschöpf, verführen es und führen es mit Tanzschritten zum Wasser, um es danach von der geheimnisvollen Tiefe des Sees verschlucken zu lassen.
Es war der 1. Dezember 1943: eine junge schlichte Frau im Pelzmantel hielt am Straßenrand an, sie hatte ein Balilla-Auto mit einigen mechanischen Problemen, sie hatte eine Panne.
Ein junger Mann mit einem Motorrad mit Seitenwagen, gestohlen von den Deutschen, fuhr um die letzte Kurve der Straße, die auf die vom Dorf kommende Straße traf: es war Luciano, und er war Teil einer Partisanengruppe, die sich in den Bergen niedergelassen hatte (gestrauchelte Soldaten nach dem Waffenstillstand von Badoglio, einige Widersacher der faschistisch-republikanischen Einberufung, Andere, die diese Wahl, mehr oder weniger überzeugt, getroffen hatten, aus der Not heraus).
Er jedoch war schon ein politischer Beauftragter mit Kultur und Bewusstsein.
Die zwei Blicke trafen sich: die Frau war sehr schön, groß, dunkel, geheimnisvoll. Aber vor allem lag in den Augen von Margherita eine äußerst starke Anziehungskraft, die den Geist und den Körper von Luciano ergriff und ihm keinerlei Selbstständigkeit, Handlungsfreiheit und freies Urteilsvermögen ließ.
Sofort war es eine Zähmende und ein Gezähmter (und eine Geschichte, die noch weitergeht …). Margherita erwartete sich alles außer einen solchen Waghalsigen zu sehen, der mit einem deutschen Motorrad mit Beiwagen herumfuhr. Im Gegenteil: Sie dachte, es sei ein Deutscher „außerhalb des Befehls“, wegen der Uniform. „Kamerade, ich habe einen Fehler auf dem Auto, hilf mir“.
Luciano dachte, es handle sich um eine deutsche Frau und antwortete ebenfalls in deutscher Sprache … aber sein Deutsch war nicht sehr glaubhaft, weswegen Margherita … „Also, hilfst du mir?“ – sagte sie in Italienisch, lächelnd und alle Möglichkeiten der Verführungskunst auf diesen Annäherungsversuch lenkend.
Während Luciano sich anschickte, Hand an den Motor anzulegen, umfing ihn buchstäblich der Blick von Margherita, bis zu dem Punkt, dass er völlig aufgewühlt war, und wenn er ab und zu den Blick auf Margherita richtete, schien es ihm immer noch, als ob diese sich ihm bemächtigte.
Es handelte sich letztlich um eine äußerst alltägliche Störung an einem elektrischen Kontakt, der unterbrochen war; dafür reichten die technischen Grundkenntnisse von Luciano vollkommen aus.
Margherita bemerkte, dass Luciano eine Pistole in der Tasche hatte, und sie beeilte sich zu sagen, dass sie eine Studentin der Universität sei, die nach Hause zu ihrer Familie zurückkehrte. Dagegen dachte Luciano sich aus, dass er ein von den Deutschen angestellter Arbeiter sei in der Organisation Todt, am nahegelegenen Bahnhof, und dass er vom unteren Teil des Sees kommend in den Firmensitz zurückkehrte.
Margherita dachte: „Du erzählst mir nicht die Wahrheit …“ Und gleich danach: „Aber er ist wirklich ein hübscher Junge.“
Sie sprachen miteinander, aber ohne in die Tiefe zu gehen: jede Vertiefung oder jedes persönliche Urteil konnte ein Indiz des Wiedererkennens des Einen von Seiten des Anderen sein.
Sie waren zwei Unbekannte, die jedoch beide irgendeinen Vorwand suchten, um eine Chance zu haben sich wiederzusehen.
Margherita blieb trotzdem ganz unerschütterlich in ihrer geheimen Rolle und in den Beweggründen, wie sehr auch immer der Konflikt in ihrer Seele vorhanden sein mochte.
Und es war ganz bestimmt das erste Mal, dass sie sich wirklich vom männlichen Reiz angezogen fühlte, auch weil Luciano bei den körperlichen Merkmalen einen jugendlichen Reiz und eine Weichheit bewahrte, die sehr gut in seine schwelende sexuelle Zweideutigkeit passte.
„Mir würde es gefallen, dich wiederzusehen,“ schlug Margherita anregend und verführerisch vor und fügte hinzu (es war kein Vorschlag oder Wunsch mehr, sondern fast ein Befehl), dass sie ihn am darauffolgenden Samstag im Gasthaus des Dorfes, unten am Ufer des Sees, erwartete.
Luciano nickte zustimmend, er war überrascht und hingerissen, das Herz schlug ihm bis zum Hals, als er sie ins Auto steigen und abfahren sah. Auch Margherita hatte nichts mehr gesagt: die Stille bedeutete, dass alles beschlossene Sache war und dass es nichts hinzuzufügen gab.
Und Luciano kehrte mit seinen Gefährten in die Berge zurück. Die getroffene Verabredung wurde mit einer außergewöhnlichen Pünktlichkeit von beiden erwartet. Im Gasthaus hatte die Ankunft der jungen eleganten und geheimnisvollen Dame, die ihr Auto dort gegenüber des Wurstwarenhändlers bei den Tausend Gerüchen geparkt hatte, eine große Neugierde verursacht, während in der Bar die Triebe und die Wünsche den gleichen Atemzug wie die eingefügten Dialoge von blasphemischen Ausrufen und das betörende Aroma vom Wein hatten.
Luciano traf ein, ein Typ, der, so wie es schien, den Anwesenden keineswegs unbekannt war, da sie ihm zur Begrüßung zuwinkten. Dann kam der Lokalsekretär der Partei der Republikaner, ein Faschist der ersten Stunde, der etwas Gutes für das Dorf gemacht hatte, der aber in keinem einzigen Moment große Zustimmung oder Sympathie erhielt, auch als er Sekretär der PNF war, er war mehr gefürchtet als gehasst und wurde gemieden. Was die Gegner des Faschismus und in diesem Moment die Partisanen anging, die er mehr oder weniger kannte und die er aufspüren konnte wie ein Hund die Trüffel, hatte er sich niemals persönlich und direkt um sie gekümmert, um sich die Hände nicht zu schmutzig zu machen.
Im Gegenteil: er hatte immer seine institutionelle Darstellung gefördert, das des Parteifunktionärs, bescheiden, tolerant, friedliebend und auch einflussreicher Vermittler bei Konflikten, die manchmal unter der Bevölkerung und den wenigen Deutschen der Eisenbahnpioniere, die im nahegelegenen Bahnhof anwesend waren, entstanden.
Indem er so agierte, dachte er, dass er sich einen möglichen zukünftigen Platz in einer Nachkriegsgesellschaft garantieren könne, bei der sich die Nicht-Beständigkeit des Faschismus andeutete, wenn der Krieg schon mal weiterginge.
Als jedoch Fabio C., der „republikanische Onkel mit dem Bart“ (er hatte, in der Tat, einen schwarzen Vollbart wie ein Kapuzinermönch, trotz der überschrittenen 60 Jahre) die Bar betrat, entzog sich jemand, jemand empfahl sich, andere heuchelten eine Verbundenheit und eine falsche Freundschaft vor, aber bei allen entstand sofort eine große Stille.
Er schaute in die Runde, schaute auch das ungewöhnliche Paar an, ohne absichtlich den Blick ruhen zu lassen, dachte ein bisschen bei einer Tasse Malzkaffee nach, die der Gastwirt ihm hingestellt hatte: er versuchte etwas von dem zu hören, was sie sagten, und diesbezüglich war die plötzlichen Stille, mit der Ausnahme einigen Wisperns, günstig für ihn, aber er schaffte es nicht, den Sinn der Unterhaltung zu verstehen, außer vielleicht einiger Worte.
Fabio konnte wissen, wer Margherita war, weil er sie in den Verband hatte eintreten sehen, um lange mit dem Sekretär der faschistischen Föderation zu reden, der sie dann auf sehr vertrauliche Art und Weise verabschiedet hatte, während der andere nicht aus dem Dorf stammte, aber das passierte oft, manchmal zusammen mit sehr fragwürdigen Persönlichkeiten – offensichtlich aus seiner Sicht.
Und dann, wie er es normalerweise machte, fragte er nicht, er ermittelte nicht vor Ort, aber ging wöchentlich in den Verband, um alles, was ihm nützlich und interessant für den „Prozess“, dem er sein ganzes Leben gewidmet hatte, schien, zu berichten.
Es war unnötig zu sagen, dass das anfängliche Gefühl zwischen den beiden Jungen sich fast sofort in ein völliges und leidenschaftliches Liebesverhältnis umwandelte und es folgten weitere Tage mit Verabredungen und Momenten großer Gefühle und dem Ausbruch ihres jugendlichen Übermutes.
Ein alter Fischer des Dorfes, der unter dem Gipfel des Hügels wohnte, dem Ort ihres ersten Treffens, war gewöhnlich der, der die beiden Liebenden Margherita und Luciano mit seinem Boot auf die Insel im See begleitete, wo er für sie ein Liebesnest in einem Häuschen an der grasbewachsenen Seite am Ufer bereitet hatte.
Sie schienen eins zu sein, zwei Teile einer Münze, die, wenn man sie zusammenfügte, eine komplette Einheit ergaben, es schien, dass der Krieg und seine Gefahren sie in keinster Weise berühren konnten.
Es war Winter, ein defektes Flugzeug stürzte dort ab, hinter der Burg, die die Insel beherrschte. Der Alte hörte auf zu rudern, um die Rauchsäule zu betrachten, die nach oben in Richtung Himmel stieg und gleichzeitig schien sich die Sicht auf die Insel selbst zu verschlechtern.
Nichts davon, was passierte, schien die beiden Jungen zu erschüttern, die wegen der Kälte und wegen der Notwendigkeit einer höchsten Intimität komplett in einige Decken eingewickelt waren.
Tonio schaute den Krieg und die beiden Liebenden an: zwei Wirklichkeiten, die absolut nicht zusammenzupassen schienen, Hunderte von Lichtjahren voneinander entfernt, und dennoch waren sie tragischerweise so nah und darin verwickelt.
Der Spaziergang, der am bewohnten Ort der Insel begann und mitten in die üppige Vegetation der tausend Gerüche am Ostende der Insel selbst führte, war ihr Raum für die Erinnerungen und das Theater für ihre sanftesten und melancholischsten Zärtlichkeit: sie schienen fast wie zwei Kinder mit der unbändigen Lust zu spielen, zu scherzen, zu schauspielern.
Aber die Bosheit des Krieges sperrte die Frische und den Übermut des magischen Alters von 20 Jahren ein; sie gehörten tatsächlich zu einer Generation, der auf grausame Art die Jugend geraubt und der alle Gewissheiten und Ideale, mit denen sie aufgewachsen war, geopfert worden waren.
Der Sekretär rief Margherita zu sich, um sie davon zu informieren, dass, wenn sie den jungen Mann kannte, diese Bekanntschaft nützlich für den republikanischen Prozess werden könnte.
Dann hatte Barbiccia erzählt.
Es interessierte ihn nicht, die Beweggründe zu wissen, die dazu geführt hatten, diese Bekanntschaft zu vertiefen, weil sie ziemlich offensichtlich bei seiner sofortigen emotionalen Reaktion waren: er forderte sie vielmehr auf, ihre wirklichen Gefühle zu kontrollieren, und sie solle auf der sexuellen Ebene bleiben und die Verbindung pflegen, um nützliche Informationen herauszubekommen.
Ihm war natürlich bekannt, dass sie fast sicher zu einer der Partisanenbanden gehörten, die sich in den Bergen bewegten, und die jetzt, es war ja Winter, große logistische und die Gruppenbewegungen betreffende Schwierigkeiten hatten, und die sich demnach in einigen Unterschlupfen, die von den besonderen Gegebenheiten der Orte geschützt wurden, versteckten.
Dann, wie er gewöhnlich sagte, musste er das Angenehme mit dem Nützlichen verbinden, indem er die Last auf sich nahm, jede für den Zweck nützliche Information zu erhalten.
Margherita hätte vorgezogen, dass all das nicht passiert wäre: dass die Sache nicht bekannt wäre und dass ihr nicht irgendeine Aufgabe anvertraut worden wäre, die ihr jetzt Unannehmlichkeiten, Angst und innere Konflikte verursachte.
Im Inneren verabscheute sie jenes Einschreiten des Chefs in ihre Intimsphäre: „Das Angenehme mit dem Nützlichen verbinden“. Sie war kein zügelloser Mensch mit losen Sitten: vielmehr lebte sie mit Luciano diese ganz außergewöhnliche Erfahrung mit Selbstbeobachtung, Unruhe und Fantasie. Sie musste sich selbst enthüllen, außerhalb der technisch beabsichtigten sexuellen Beziehung, welches die wirklichen Grenzen ihrer Weiblichkeit, nicht nur die biologischen, waren.
Eines Tages versuchte Luciano, der die beunruhigende Lage, in der sich Margherita befand, und ihre wirkliche Identität als Beobachterin und Geheimagentin der RSI (es war noch nicht die letzte Wahl getroffen worden, ob sie dem faschistischen Staat in Uniform als Helferin dienen wollte), nicht ahnen konnte, herauszufinden, was die politischen Vorstellungen des Mädchens waren. Und um eine Antwort zu erhalten, ließ er sich naiv und unbedacht zu Überlegungen und Zugeständnissen hinreißen, die Margherita keineswegs überraschten, die sie trotzdem nicht hören wollte, und maß sich darüber hinaus eine Antwort an, die, wenn sie schon nicht von ihrer Rolle und der übertragenen Aufgabe vorgegeben war, nur eine banale, ausweichende und absolut falsche Antwort sein konnte.
Und so wusste Margherita, auch wenn sie es nicht wollte, dass es ein Dorf gab, das jenseits der Berge lag, welches zu erreichen war, wenn man ins Tal hinabstieg und dort, wo die Berge von Bäumen kahl waren, noch hinter der Bergkette, wieder aufstieg.
Diese Bergkette des Apennins war ein ideales Gebiet für eine Siedlung derer, die sich verstecken und es schaffen wollten leicht zu fliehen. Riogreve, genannt nach dem gleichnamigen Bach, war eine Siedlung von Häusern, die von Holzfällern bewohnt wurden. Diese Häuser dienten als logistisches Basislager für die Handlungen der Partisanen, die vorzugsweise ein bisschen weiter oben in Baracken und Holzhütten unter großen Erdschollen, die für die Dächer verwendet wurden, und natürlichen Orten Zuflucht suchten. Das umliegende Gebiet war also dicht von Widerständlern besiedelt, wegen seiner physischen Übereinstimmung, bestehend aus abgelegenen Gutshäusern, die vor allem im Winter, wenn Wasser und Eis die geschotterten Straßen in Rutschbahnen verwandelten, beträchtliche Probleme mit der Verständigung nach außen bekamen.
Man breitete sich also in einem Becken von Hügelketten und kleinen Wäldchen aus, dessen Zugangsstraßen leicht zu kontrollieren waren. Die Gegend, die abgelegenen Heuschober, die Hütten, die Grotten und die dichte Vegetation des Waldes garantierten sichere Verstecke. Die hohen Wiesen im Norden und die bewaldeten Hänge des Tales im Osten bildeten ideale Fluchtwege, um schnell die Spuren verschwinden zu lassen.
Mehrmals waren deutsche Soldaten, Deserteure oder Flüchtlinge, auf halber Höhe hineingeraten und die einfachen großzügigen Leute der Berge hatten sie auf die Wege begleitet, die in Richtung Norden führten.
Mehrmals halfen die Leute ihnen, um zu vermeiden, dass sie in die Hände der Partisanen fielen. Es war ein wirkliches „Land der Freiheit“, wo es keine Ideologien und zu befolgende aufgeschriebene Gesetze gab, sondern den gesunden Menschenverstand und ein gemeinsames Gewissen der Menschen.
Die Geschichte zwischen Margherita und Luciano entwickelte sich unaufhaltsam. Je näher die Front kam, desto öfter sahen sie in der Gegend des Sees Formationen von englischen und amerikanischen Flugzeugen, große viermotorige Flugzeuge, die „fortezze volanti“ hießen und in Richtung Norden flogen, um strategische Zentren zu bombardieren.
Eines Tages, während die beiden Liebenden sich davongemacht hatten ins Schilfdickicht am Seeufer, wurde eines dieser Flugzeuge von der deutschen Flugabwehr getroffen und konnte den eingeschlagenen Weg nicht mehr fortsetzen. Es drehte in Richtung See um und warf die ganzen Bomben ab: es schien das Ende der Welt zu sein und die Generalprobe für die immer drohender bevorstehende Tragödie der ankommenden Front.
Margherita, kalt und eisig in manchen Situationen und auch in ihrem Charakter, war in Bezug auf Luciano schrecklich verbissen in sich selbst. Sie hätte ihm sagen wollen: „Flieh! Ich bin nicht die, für die du mich hältst.“ Sie hatte keine Angst vor seiner Reaktion, aber auch nicht den Mut, sich mit den Folgen ihres Ungehorsams auseinanderzusetzen, mit der sie jeden Moment ihres Tages und ihres Handelns plante, nicht nur wegen der Angst ihr Leben zu verlieren, sondern auch, weil sie keine Lust dazu hatte, kümmerlich ihr Leben zu fristen und die Privilegien zu verlieren, die diese Position ihr bot und die letztendlich bald vorbei sein würden.
Alles was sie auf diesem See machten und was sie sich sagten, wurde in vielen Spiegeln reflektiert.
Der faschistische Sekretär hielt Margherita auf quälende Weise fest bis zum Zeitpunkt, als er ihr drohte, wenn sie, wie man in der Toskana gewöhnlich sagte, „weiterhin Zicken machen würde“. Margherita ließ die kalte Vernunft dem Gefühl vorherrschen und verriet den Namen des Ortes, der nur die Basis der Partisanenhandlungen darstellte und nicht die genaue Lage, die sie im Übrigen gar nicht kannte.
Und es war so, dass ein deutscher Soldat an Bord eines kleinen, mit Waffen beladenen Mannschaftswagens nach Riogreve geriet. Er sagte, er wolle sie zu den Partisanen schicken und er selbst wäre ein Deserteur und wollte sich ihnen ergeben. Es war nicht das erste Mal, dass Deserteure oder Versprengte wegen irgendetwas erschienen und Hilfe der Leute erhalten hatten. Manche hatten gerne einigen Deutschen geholfen.
Einmal hatte eine Bäuerin einen Hahn getötet. Es erschienen drei Deutsche und sie sahen ihn. Sie winkten ihr zu, sie solle ihn braten. Die Frau briet ihn ihnen, sie aßen ihn und sie dankten ihr. Sie sagten immer wieder: „Danke Mama“. Die alte Frau hatte ihnen gerne den Hahn gegeben. Jene Deutschen waren nett. Einer sagte zu ihr: „Morgen kommen wir nochmal hierher.“ Er kehrte am nächsten Tag mit einem Säckchen Tabak, Salz und Keksen zurück.
Einmal, nachdem er so sehr darauf bestanden hatte, begleiteten die Bergbewohner einen deutschen Soldaten bis hinunter ins Tal und zeigten ihm die Straße, die in Richtung der Stadt führte, die er auf der anderen Seite des Apennins erreichen wollte, und er hörte nicht auf, seinen Begleitern zu danken.
Dieses Mal jedoch war es anders: Weil es sich um Waffen handelte, waren die Partisanen gewarnt worden, die aus den Verstecken hervorkamen. Also wurden die Waffen versteckt, und sie beschlossen den Mannschaftswagen zu vergraben, aus Angst, dass die Deutschen ihn bei einer Razzia fanden. Die Männer des Dorfes wurden gezwungen ein Loch in der Wiese eines verlassenen Landhauses zu graben und ihn einzugraben. Die Frauen rechten mit Besen das Gras auf, das von den Reifen zerdrückt worden war. Am nächsten Tag befahlen die Partisanen, dass er wieder ausgegraben werden solle: Männer, junge Männer und Jungen wurden gezwungen zu helfen, während sie zuschauten. Dann zogen sich die Partisanen als Faschisten an und fuhren in die Stadt, wo sie in Läden gingen, um sich Mehl, Reis, Dosentomaten und sogar Strohbesen geben zu lassen. Das Mehl wog einige Zentner. Sie teilten es auf und versteckten ein bisschen in jedem Haus und den Rest in einer Baracke. Sie kehrten auch mit 50.000 Lire zurück: und diese teilten sie auf, und weil sie in dieser schwierigen Lage zu Zehnt waren, gehörten jedem 5.000 Lire.
Die unglaublichste Tatsache war, dass der deutsche Soldat, der zu den Partisanen geschickt worden war und der mehr als eine Woche bei ihnen blieb und ihre Verstecke und ihre Stellungen sah, fliehen konnte. Er war geschickt worden, um sie auszuspionieren.
Natürlich kam nach kurzer Zeit eine Razzia, es war Ende April des Jahres 1944, und es war die letzte, jene, die ganz sicher die Partisanen aus dem Gebiet wegjagte. Die Deutschen wussten alles, sogar wo die Partisanen das Mehl versteckt hatten. Sie kamen, um es zu holen und sie brachten es weg. Auch die Faschisten, wie auch die Partisanen muteten sie das den armen Leuten des Dorfes zu, ließen sich zu essen geben und, wenn sie etwas fanden, stahlen sie es.
Eine Familie hatte fünf oder sechs Hühner. Die Faschisten kamen, erschossen sie und brachten sie weg. Es wurden alle Häuser und Landgüter durchsucht, es wurden alle Männer und Frauen befragt. Und tatsächlich waren einige Frauen im Haus, weil sie Schüsse gehört und gedacht hatten, dass ihre Männer erschossen worden wären. Sie weinten und beteten den Rosenkranz.
Das Gros der Soldaten nämlich, darunter etwa 200 der Militärpolizei, Carabinieri, eine Polizeieinheit und deutsche Soldaten durchkämmte eine sehr große Fläche und hatte geschossen, im Glauben, sie hätten einige Partisanen gesichtet, die sich in einer Ansammlung von Hecken versteckt hätten.
Aber dem war nicht so: keine Partisanen, keine Aufständischen, nicht einmal ein Schatten davon. In der Zwischenzeit stürmten Kämpfer der gleichen Brigade einen Konvoi von zwölf nazifaschistischen Lastwägen, blockierten ihn an einem Pass im Apennin und umzingelten ihn. Sie nahmen viele Gefangene und ergriffen Besitz von Lebensmitteln und modernsten Waffen.
Die Schmach war riesig: der Sekretär befahl an diesem Punkt Margherita, ihm den Partisanen ihres Herzens auszuliefern; sonst würde er sie beide an die SS ausliefern, die sie erschießen oder zumindest deportieren würden. Es blieb ihr, das Herz klopfte ihr bis zum Hals, nichts Anderes übrig als dem Befehl Folge zu leisten: sie verabredete sich zum letzten Mal mit Luciano für den 30. April 1944 auf der gleichen Terrasse am See, wo sie sich das erste Mal getroffen hatten.
Das Auto, das auf ihn wartete, war da, aber Margherita nicht: als Luciano auftauchte, war es zu spät, er wurde verhaftet und ins Gefängnis der toskanischen Stadt gebracht.
Der Betrug von Margherita war offensichtlich, aber Luciano konnte auch denken, dass sie gezwungen worden war, so zu handeln, und da er von ihrer guten Gesinnung überzeugt war, hörte er nicht auf, sie zu lieben.
Er hielt durch und überlebte körperliche und seelische Qualen, er hielt sich treu an seinen Schwur, verriet die Kameraden nicht und enthüllte keine Namen, Orte und Zahlen.
Im Vorzimmer des Todes wollte er an Margherita einen tragischen und leidenschaftlichen Brief schreiben, ein dramatisches und sublimes Dokument von einer LIEBE „mit Großbuchstaben“, die nicht aufhörte bei irgendwelchen Widrigkeiten, ohne Grenzen und Bedingungen, rein, exklusiv, allumfassend.
Er bat seine Peiniger, den Brief dem Mädchen zu überbringen.
Er suchte geistliche Hilfe bei einem Priester und ihm wurde jener toskanischer Kaplan geschickt, den er während des Militärdienstes in Padua kennengelernt hatte, als er Leutnant auf Zeit bei der italienischen Luftwaffe bis zum 8. September 1943 war.
Don Umberto bat Luciano, der jetzt sichtbar niedergeschlagen und nicht wiederzuerkennen war, um ein Glaubensbekenntnis Gott und ihm gegenüber: er kannte einen Graf, einen republikanischen Bürgermeister, der vielen Juden geholfen hatte und auch einige Partisanen gerettet hatte, indem er falsche Entlassungs- oder Gefängnisentlassungspapiere, die der deutsche Kommandant des Standorts unterschrieben hatte, einbrachte. Diese wurden von einem deutschen Offizier, der im Begriff war zu desertieren, ausgestellt, aber er wollte auch Edelmetall oder Geld dafür. Der Graf kümmerte sich auf seine Weise darum.
Kaum kam der nächste Tag, radebrechten zwei perfekte SS in holprigem Italienisch und zeigten dem Gefängnisdirektor ein Dokument, das die sofortige Verlegung des oben genannten Gefangenen in ein anderes Gefängnis anordnete, und Luciano konnte, nachdem er ins Auto gestiegen war und ohne aufzufallen weit vom Gefängnis weggebracht wurde, seine Kameraden, die ihn wiederbekommen hatten, in die Arme schließen.
Wie in einer Rückschau kamen Margherita die Erinnerungen und Bilder dieser tragischen Vergangenheit in den Sinn, während sie alleine und gequält von ihren Gefühlen am 1. Dezember 1945 aus dem Konzentrationslager von Casellina herauskam.
Während sie sich auf den Weg zu ihrem Haus in Florenz machte, oder zu jenem, was es noch war nach den Bombenangriffen und den Kriegshandlungen, kramte sie ein bisschen in ihrem Rucksack herum, den sie nie zurückgelassen hatte.
In der Innentasche war noch unversehrt und eifersüchtig gehütet der Brief von Luciano.
Margherita hatte von seiner Flucht erfahren, bevor er im Sommer 1944 in Richtung Norden abreiste, um den Faschisten auf der Flucht vor dem Ankommen der alliierten Truppen in der toskanischen Stadt zu folgen.
Der Autor G. Bronzi schreibt (schon in „Specchi sul lago 1944)
„1. Dezember 1943: in Mittelitalien treffen sich auf einer wunderschönen Terrasse, die auf den See hinausgeht, Margherita und Luciano, ein sehr schöne, aufregende, junge und erbarmungslose Spionin der Nazifaschisten und ein ahnungsloser, leidenschaftlicher und mutiger Partisan. Es entsteht ein doppeldeutiges und schwieriges Verhältnis aus Liebe und Hass und aus Liebe und Tod.“
So berichtet eine Zeitung von 1945, die kurze Zeit Bestand hatte und ein vergängliches Geschöpf der Propaganda des Nationalen Befreiungskomitees war, auf wenigen vergilbten und durch das Hochwasser von 1966 von Florenz, das auch die Nationalbibliothek verwüstete, in Teilen irreparabel beschädigten Seiten, und sprach mit Rache und offener Verachtung davon, um damit zu enden, dass man auch den letzten Faschisten und Kollaborateur aufstöbern und schnellen und umfassenden Prozess machen müsse, sonst wäre es nicht möglich, das neue demokratische und revolutionäre Italien entstehen zu lassen.
Das Lesen des Artikels brachte mich dazu, das Wissen zu vertiefen und Recherchen anzustellen. Florenz, Reggio Emilia, Genua, Dokumente, Briefe, Verwandte, Freunde, Widerständler, und am Ende in einem Hospiz (es war im Jahr 2000) war eine 77-jährige Frau, noch schön auf ihre Art, noch schwarzhaarig und mit stolzem Blick: sie war der Aquila altera, den ich suchte. Ich merkte sofort, dass ich eine außergewöhnliche Person vor mir hatte. Margherita (das ist nicht ihr richtiger Name) war bereit, ihre ganze Geschichte zu erzählen, vorausgesetzt, ich machte einen Roman daraus und wahrte aber gleichzeitig die Privatsphäre von ihr und den Personen, die in ihr Leben getreten waren.
Sie war eine kulturell gebildete Frau mit einer komplexen Persönlichkeit: man kann ihre Begebenheit nicht vereinfachen und auf die schwarz-weiße Bestrafung reduzieren, die von dieser Tageszeitung geäußert wird. Sie bat mich keine Beurteilungen vorzunehmen und mich an die Fakten zu halten, sei es nur in Form eines Romans und daher „unwahrscheinlich“ für das, was die Orte betraf und den Rahmen der Handlung selbst.
Ihre Geschichte mit dem Partisanen Luciano (das ist der Name, den ich ihm gegeben habe) ist nur eine Rückblende auf eine Abfolge von tragischen und bedeutungsvollen Ereignissen, die vom 25. April 1945 bis zum 1. Dezember desselben Jahres stattfanden und auch jene Begebenheit in das richtige Licht rückten.
Ich bin mir bewusst, dass ich nicht nur einen historischen Roman schreiben muss, sondern auch einen psychologischen, weil dieser Aspekt die Komplexität, den Tiefgang und den Reiz dieser Persönlichkeit ausmacht.
In Erscheinung tritt also auch die Person Elvira, die ihre sehr gute Freundin, ihre Kameradin und Helferin bei der RSI wie sie selbst war, und beide waren besonderen Diensten unterstellt.
Der Partisan Luciano schließt dann den Kreis.
Alle Daten und gesammelten Nachrichten führen mich dann zu ihm: Im Gegensatz zur immer alleine lebenden Margherita ist Luciano Großvater mit vielen Enkeln und drei Kindern. Er lebt jetzt als Rentner in den toskanischen Hügeln. Dem Tod entronnen durch den Ausbruch aus dem Gefängnis nach der Denunzierung von Margherita, hörte er nie auf, sie trotz des Verrats zu lieben und schrieb ihr einen tragischen und leidenschaftlichen Brief, ein dramatisches und sublimes Dokument einer LIEBE (mit Großbuchstaben), die nicht vor irgendeinem Hindernis haltmachte, ohne Grenzen und Bedingungen, rein, exklusiv, allumfassend, er war der wirklich Einfache, Naive, Triebhafte, der eigentliche Held des Widerstandes
Und während ich ihm zuhöre, als er seine Version der Handlung erzählt, bemerke ich, dass er trotz seiner jetzt schon 80 Jahre die jugendlichen Wesenszüge, die zusammen mit einem ausgezeichneten körperlichen Zustand die unsichere und schwer einschätzbare Sexualität von Margherita so sehr beeindruckten, nicht verloren hat.
Wenn für Margherita Luciano zu einer wenn auch immer wiederkehrenden Rückblende gehörte, war es für Luciano anders: trotz allem war sie auch weiterhin die Herrin seiner Gedanken und seines Herzens und sie verließ beides nicht einen Moment seit jenem Tag im Frühling 1944, als sie sich das letzte Mal sahen, unter vielen „Spiegelbildern“.
Während Luciano erzählt, hört seine Ehefrau ihm und mir zu. Sie kennt die Geschichte mit Margherita schon ewig, sie war nie eifersüchtig auf irgendeine Art und Weise auf dieses Phantom (vielleicht eine Wirklichkeit – dachte sie), das schon immer die Gedanken ihres Mannes beherrschte: für sie ist – oder besser – war Margherita eine Rivalin, die sie immer hätte kennenlernen wollen; die Ehefrau ist viel jünger als ihr Mann, einem Ex-Unternehmer, der immer von den Frauen, Sekretärinnen und Freundinnen bewundert wurde; für sie war Luciano eine Eroberung, trotz der zwanzig Jahre Altersunterschied, aber er war eine Eroberung von einem Gebiet, das es immer zu verteidigen galt, und sie hat immer brav akzeptiert, ohne eine Szene zu machen, dass die manchmal wirklichen und nicht immer virtuellen Bereiche, die durch ihre Rivalinnen besetzt waren, auf eine gewisse Art bekämpft und verringert wurden.
Deshalb ist sie bereit, auch Margherita kennenzulernen: sie scheint es auch dieses Mal ernst zu meinen, aber ich verstehe, dass sie jetzt nur neugierig ist und denkt, sie kann ihren Luciano damit belohnen, dass sie sich dieses Mal wirklich eifersüchtig zeigt. Und er benimmt sich ein bisschen wie ein Auerhahn, wie alle Männer … Ich lobe die Intelligenz dieser Frau: sie heißt Anna. Mir kommt Dante in den Sinn: „Donne ch’avete intelletto d’amore“.
Luciano lädt mich zum Mittagessen ein, ich lerne eine Tochter kennen, die gekommen ist, um Luciano und Anna zu besuchen und die den Vater vergöttert, für sie ist er ein Held, ein außergewöhnlicher Mann, ein Supertyp, um einen Ausdruck aus dem Sport zu verwenden, ein ewiger Gewinner. Sie fürchtet, dass ich ein Opfer aus ihm mache, dass ich ihn auf die Gestalt reduziere, die ihrer Meinung nach vor allem daher kommt, dass er es geschafft hat, die erreichten Ziele als Unternehmer zu verwirklichen. Seit sie klein war, haben sie sie als anwesendes Maskottchen bei allen Feiern und öffentlichen Auftritten, an denen ihr Vater beteiligt war, gesehen.
Diese wehmütige Erinnerung gefällt ihr nicht mehr so sehr und sie sieht in diesem Spiel, dem sie nicht zugeneigt ist, eine kopflastige und fast „perverse“ Mittäterschaft ihrer Mutter. Ich bemerke, dass sie in den Belangen ihres Vaters besonders fürsorglich ist. Von ihm sagt sie, dass sie seit ihrer frühesten Kindheit in ihn verliebt war: sie ist auch eine Rivalin, wie es normalerweise zwischen Mutter und Tochter der Fall ist.
Aber die Geschichte wurzelt tief in der persönlichen und gemeinschaftlichen Erinnerung, dass sich Margherita und Luciano erneut wiedergetroffen haben beim Symposium Assomeet, abgehalten in Marotta di Mondolfo (in der Provinz Pesaro) an einem sehr heißen Julitag des Jahres 2001. Das Treffen fand im Arcobaleno-Saal statt, der freundlicherweise von der Gemeinde Mondolfo zur Verfügung gestellt wurde. Anwesend waren mehr als 70 Personen, die älter als 70 Jahre und auch älter als 80 Jahre waren und aus ehemaligen gegnerischen Fronten kamen. Er, Luciano, schien noch der leidenschaftliche junge Mann von einst zu sein, sie, Margherita, war nur auf den ersten Blick ein bisschen kühl und distanziert, auch wenn beide auf ihre Art nett waren und auf ihren eigenen Stil beschränkt.
Aber während sie ihm mit erhobenem Kopf zuhörte, schaute sie ihn mit jenen weit geöffneten und nicht sehr milden Augen an, die ihn unwiderstehlich anzogen; aus jenen Augen von Margherita traten nicht übliche Tränen hervor, und zur großen Überraschung von Luciano und von allen anderen, mich eingeschlossen, zog sie jenen Brief heraus, der ihr mittels ihrer Peiniger des Gefängnisses überbracht worden war und den Margherita stets eifersüchtig gehütet hat. Man hat sich sofort danach von einem entschiedeneren Plan gelöst, gefolgt von den Worten: „Du musst wissen, dass, gegen jede gegenteilige oder offensichtliche Wirklichkeit, ich dich immer geliebt habe seit dem ersten Moment. An jenem Tag im April am See hätte ich dir sagen wollen: „Fliehe. Ich bin nicht die, für die du mich hältst.“ Ich hatte keine Angst vor deiner Reaktion, aber ich hatte nicht den Mut, mich mit den Folgen meines Ungehorsams auseinanderzusetzen, mit denen ich jeden Moment meines Tages und meiner Tätigkeiten plante, nicht nur aus Furcht, mein Leben zu verlieren, sondern auch weil ich mich nicht in der Lage fühlte, nach einem Leben von Entbehrungen den Privilegien zu entsagen, die mir meine Position bot und die dennoch bald vorbeigewesen wären. Alles, was wir auf jenem See gemacht und gesagt haben, spiegelte sich in vielen Bildern wieder.
„Mit dem Eis in meinem Herzen bezahle ich für meine Schwäche.“
Luciano erinnerte sie daran, dass er sie noch mit höchster Diskretion gesucht hatte und sie während der letzen Haft in Casellina wiedergefunden hatte.
„Ich war gekommen, um dich zu besuchen, aber es wurde mir nicht gestattet, dich zu treffen: ich ließ Geschenke zurück.“
„Ich wurde davon informiert und erhielt deine Geschenke: ich dachte an dich und mir liefen Schauer über den Rücken.“
Ein gutes, langes und auch sehr befriedigendes Abendessen am Meeresufer im Restaurant „California“ in Marotta beendete den Tag, während auf dem Meer ein Feuerwerk wegen eines Festes abgebrannt wurde, und wir schauten alle zu, sie schauten zu und sie schauten sich an, während die Ehefrau von Luciano, amüsiert und auf ihre Art zufrieden, mir neugierig zulächelte.
Dann kam sie zu mir und sagte leise und schelmisch und mit Ironie in einem Moment, als die beiden uns nicht zuhörten: „Zumindest jetzt ist das Phantom ein bisschen von der Wirklichkeit abgerückt, die Jahre verstecken sich nicht.“
Ich antwortete ihr mit einem Lächeln als Zeichen, dass ich sie verstanden hätte, aber ich lebte in einer besonderen Stimmung, fast wie die eines Tempelpriesters oder eines Zauberers, der die Schmeichelei liebt, und eines Forschers, der nach extremen und nicht zu alltäglichen Geschichten sucht…
Ein kürzlich geschriebener Brief von Margherita anlässlich der Veröffentlichung von „Specchi sul lago 1944“ (1. Ausgabe 2009)
Sehr geehrter Herr Professor Bronzi,
ich habe die Entwürfe des Romans gelesen, die Sie mir geschickt haben, und ich muss sagen, dass sie sehr gut meine Persönlichkeit aufgezeigt haben. Dazu gratuliere ich Ihnen. Was das dritte Kapitel betrifft, als Sie von der Erschießung der Gruppe der Helferinnen und der Soldaten schreiben, geben Sie genau die Erzählung der Fakten der Kommandantin des weiblichen Hilfsservices Piera Gatteschi Fondelli wieder, so wie sie in ihren Memoiren ausgeführt werden, auch wenn in der Umsetzung von Zeit und Ort die Daten und Orte verändert wurden, genauso wie meine Bitte gelautet hatte. Wir waren Zeugen davon.
Was das Foto des Modells betrifft, das Sie für den Titel ausgewählt haben, muss ich sagen, dass sie vieles von mir hat und dass mir auch dieser moderne Look gefällt – was mich auf der Höhe der Zeit sein lässt!?!
In der Nachkriegszeit, sobald die Rahmenbedingungen mir das erlaubten, nahm ich das Universitätsstudium der Literaturwissenschaften wieder auf und erwarb das Diplom mit einer Arbeit über die Beteiligung der Frauen im Bürgerkrieg 1943 – 1945, auf der einen und auf der anderen Seite.
Wir waren in den Fünfziger und Sechziger Jahren und es war nicht leicht mit allen über solche Dinge zu sprechen; es gab vor allem das Risiko, nicht verstanden zu werden.
Ich machte mein Outing (so sagt man das wohl heute) mit höchster Ungezwungenheit, wie auch Sie das in ihrem Büchlein „Il cuore delle donne“ (sehr gut! ein perfekter Stil in jenem „Bruchteil des Herzens und der Erinnerung“) gemacht haben, aber die anderen, Männer und Frauen, machten nur Politik und waren nicht authentisch und aufrichtig, nicht einmal zu sich selbst.
Das Thema meiner Überlegung war und blieb für lange Zeit folgendes: die Frauen, die großen Vergessenen der Geschichte, die Faschistinnen und Partisaninnen, die Mitarbeiterinnen der einen oder anderen blieben machtlos, die ewigen Verliererinnen … und sie kehrten an die Kochtöpfe zurück.
Darüber hinaus versuchte man zu untertreiben, Verdienste und Versäumnisse zu schmälern. Sie wissen, dass ich nicht meine klar bestimmte Verantwortung und Schuld verleugne und ich will keine mildernden Umstände oder Nachlässe oder Verständnis, nur weil ich eine Frau bin.
Fast wäre es nicht nur unwahrscheinlich, sondern fast unmöglich gewesen, dass eine Frau wirklich und mit voller Verantwortung eine Spionin gewesen sein konnte.
Und als Beweis dafür hier einige seltsame Paradoxa, die die Vorurteile mit sich brachten: ein Rechtsanwalt, der mich in der rechtlichen Untersuchung, die mit den Sanktionen für die faschistischen Vergehen zu tun hatten (die wirksam wurden bei meiner Rückkehr in mein Haus, weil ich es besetzt von Evakuierten vorfand, die jeden Vorwand benutzten, um es mir nicht zurückzugeben), verteidigte, erzählte mir, dass er die Rechtsakten von neunzig römischen, sofort nach der Befreiung der Kollaboration bezichtigten Frauen studiert hatte.
Es handelte sich nur um Untersuchungsverfahren, weil die Amnestie, unterzeichnet am 22. Juni 1946 vom italienischen Justizminister Palmiro Togliatti, verhinderte, dass auch die Personen nach der Eröffnung des Hauptverfahrens einem Prozess unterzogen und eventuell verurteilt worden wären.
Was hat sich daraus ergeben? Das fast einstimmige Urteil von Carabinieri, Rechtsanwälten und Richtern war im Wesentlichen, dass die Frauen zu eingeschränkte Fähigkeiten hatten, um aktiv und bei vollem Bewusstsein als Spioninnen zu arbeiten.
Einige Frauen waren tatsächlich Spioninnen, während andere unschuldig waren. Aber die Amnestie verhinderte, dass die Wahrheit herausgefunden wurde, und alle wurden in das gleiche öffentliche Verfahren einbezogen, derart, dass manchmal die Leute versuchten, selbst kurzen Prozess zu machen, aber glücklicherweise widersetzten sich in Rom die Freiheitskomitees der Stadtteile den Lynchmorden.
Im Großen und Ganzen bekräftigten die neuen „demokratischen“ Richter und die Ordnungskräfte, dass, zumindest für die Frauen, sich wenig geändert habe: sie wären nach wie vor Bürgerinnen zweiter Klasse, ewige minderjährige Nichtskönner, sogar bis hin zur Bösartigkeit; beseelt nur vom Wunsch Ehefrau, Mutter und Hausfrau zu sein.
Im Vergleich zum Faschismus hatte sich im Grunde genommen nichts geändert, vielmehr war ein rückläufiger Prozess zu erkennen, wenn man an die Nachricht von uns denkt betreffend des weiblichen Hilfsservices, der Soldatinnen.
Als Oberschullehrerin versuchte ich mehrmals, eine Betrachtung des Themas und anderer damit verbundenen Themen mit meinen Schülern anzufangen, aber auch die Siebziger Jahre waren dafür noch nicht reif. Die Geschichte des Faschismus war noch ein Tabu! Die wirkliche weibliche Emanzipation war eine Farce.
Mit den besten Wünschen
Margherita
Traduzione dall’italiano al tedesco di Gianni Casoni e Christine Konstantinidis.
www.tedescotraduzioni.com
Die Befreiung Elsas
Damiano blieb überrascht gegenüber einem wirklichen Sturm von aus der Luft gegriffenen Boshaftigkeiten, die nach dem Treffen von Seiten Sandras auf seine alte Freundin Elsa niederprasselten.
Aber warum gab es so viel Hass? Die Antwort war offensichtlich: Sandra hatte so eine neue Runde verführerischer Techniken im Verhältnis zu Damiano angefangen. Beleidigende Worte, scheele Blicke, um Elsa abzuwerten, um die Möglichkeiten zu erhöhen, ihren Chef zu verführen: eine typisch weibliche Aggressivität, sehr bissig für ihre ganze fruchtbare Zeit, wenn das Potential für die Empfängnis und den Kampf um den idealen Partner, der sich jetzt herauskristallisierte, am intensivsten war.
Elsa war süß, vielleicht hübsch, aber nicht schön, ein Gesicht jedoch, das nicht den zwischengeschlechtlichen Neid aufstachelte, sondern eher die Nähe, die Komplizenschaft und die Solidarität der anderen Frauen. Sandra, unerschütterlich und tobend, sagte stattdessen immer wieder: „Elsa hat ein nichtssagendes Gesicht: ich verstehe nicht, wie sie im Übrigen einen Mann anziehen könnte.“
Elsa jedoch litt ihrerseits und ertrug es still. Ihre Minderwertigkeit, die ihr voll bewusst war, wurde immer schlimmer und unangenehmer. Sie erkannte in diesen Salven von Worten und drohenden Blicken die Sandra von wenigen Jahren zuvor nicht wieder, und nicht nur, weil die Umstände sich geändert hatten, sondern auch, weil sie immer das „Kind“ geblieben war, aufrichtig und offen, jetzt mit der Frische und Reinheit der ersten Verliebtheit, Träumerin und Idealistin. Sandra hatte sich sehr verändert: in den täglichen Kontakten einer ihr auferlegten Zusammenarbeit und akzeptiert wegen der Liebe zum ruhigen Leben (und zu Damiano) stellte sie sich als sehr pragmatisch, zynisch, manchmal sarkastisch, intolerant und oft gequält von einer wilden unkontrollierbaren Wut heraus … im Großen und Ganzen war sie in den Augen der Freundin absolut nicht wiederzuerkennen. Aber Elsa war nicht so naiv, nicht zu merken, was der Grund für dieses „Erdbeben“ war und dachte und sagte etwas Anderes, und setzte so eine Verführungstaktik in Bezug auf den begehrten Mann in die Tat um. Wenn Damiano es am Anfang in ihrem Verhältnis mit Zärtlichkeit versucht hatte, musste sie dieses Gefühl nähren: ihr stand die Rolle des sich nicht verteidigenden Opfers gut, die „Kleine“ und so weiter. Wenn Damiano das nicht vergessen würde, würde bald der richtige Moment und die richtige Art kommen, ihm zu zeigen, dass er sie auch mit anderen Augen anschauen könnte und müsste … die Frau (und zwar jede Frau) wüsste, wie man das macht.
Und dann wählte Damiano auch noch Sandra als seine Ehefrau aus, was zu den Geheimnissen der Liebesleidenschaft gehörte, jenem Sturzbach von Emotionen, Unruhe, Gedanken und Trieben, deren Zusammensetzung niemals ganz klar sind, weil es ein trüber übervoller Schwall ist, der verkommt und überschwemmt.
Nachdem das Paar die Arbeit im Lager UNRRA aufgegeben hatte, verschwand es für lange Zeit aus den Augen von Elsa, die von 1948 bis 1988 nicht aufhörte Damiano zu suchen, aber Sandra wusste genau, wie sie ihn mit allen Mitteln versteckt halten konnte.
Aber in der Zwischenzeit, durch die Gespräche mit Damiano, hatte Elsa gelernt, dass der Beweis der Ehre, der einen Teil ihrer Jugend für ein verschwundenes und von den Ereignissen (die Liebe zum Vaterland, die überschattet wurde vom Nationalismus und vom mystischen Nationalfaschismus) eingeholtes Ideal begeistert hatte, mit Passion an den großen Projekten des moralischen Wiederaufrichtens und des materiellen Wiederaufbaus des demokratischen Italiens angewandt werden könne: zusammen mit ihm hatte sie die neuen Väter des Vaterlandes, unter ihnen den großen Enrico Mattei, kennen und schätzen lernen können.
Elsa heiratete Franco, und mit ihm hatte sie zwei Kinder. Seit 1985 war sie verwitwet, und am Ende des Sommers 1988 erfuhr sie, dass Damiano an Krebs im Endstadium erkrankt war und in der onkologischen Abteilung des Krankenhauses von Carrara lag.
Kapitel 8:
Die Rückschau: Margherita und Luciano (1943 – 44) und erneut zusammen (2001)
Endlich frei, aber auch allein, trug Margherita, als sie aus dem Lager von Casellina wegging, zusammen mit ihrem alten Rucksack voller Zigaretten, Süßigkeiten und einigen Dosen Fleisch auch eine sehr schwere Last von Trauer, Leid, Frustration, Angst und Gewissensbissen mit sich; ja, Gewissensbisse, aber auch Bedauern … unterdrückte Gefühle und eine verratene Liebe zu Luciano, dem Partisanen. Sie hatte bis zu jenem Augenblick gewisse Wendungen ihrer Gefühle und der nostalgischen Erinnerungen unterdrückt, indem sie alles rationalisierte wie es sich gehörte: sie hatte ihre Rolle als Informandin ausgeübt und hatte die passendste Wahl getroffen, oder vielleicht die einzige, die sie treffen konnte.
Es war der 1. Dezember 1945 und es waren genau zwei Jahre seit jenem 1. Dezember 1943 vergangen, als sie ihn auf jener wunderbaren Terrasse am See getroffen hatte.
Eine alte Legende erzählt, dass in der Nähe jeden Sees Feen leben. Ab und zu kommen sie aus ihrer Grotte heraus und gehen auf den See tanzen. Dadurch rufen sie einen dichten und Schrecken erregenden Nebel hervor, der das Wasser verhüllt. Wenn dann in jenem Moment eine Menschenseele ihre Einsamkeit stört, blicken sie hinaus auf die Grenze der Nebelwand und, lächelnd und verlockend, verzaubern: sie verhexen das Geschöpf, verführen es und führen es mit Tanzschritten zum Wasser, um es danach von der geheimnisvollen Tiefe des Sees verschlucken zu lassen.
Es war der 1. Dezember 1943: eine junge schlichte Frau im Pelzmantel hielt am Straßenrand an, sie hatte ein Balilla-Auto mit einigen mechanischen Problemen, sie hatte eine Panne.
Ein junger Mann mit einem Motorrad mit Seitenwagen, gestohlen von den Deutschen, fuhr um die letzte Kurve der Straße, die auf die vom Dorf kommende Straße traf: es war Luciano, und er war Teil einer Partisanengruppe, die sich in den Bergen niedergelassen hatte (gestrauchelte Soldaten nach dem Waffenstillstand von Badoglio, einige Widersacher der faschistisch-republikanischen Einberufung, Andere, die diese Wahl, mehr oder weniger überzeugt, getroffen hatten, aus der Not heraus).
Er jedoch war schon ein politischer Beauftragter mit Kultur und Bewusstsein.
Die zwei Blicke trafen sich: die Frau war sehr schön, groß, dunkel, geheimnisvoll. Aber vor allem lag in den Augen von Margherita eine äußerst starke Anziehungskraft, die den Geist und den Körper von Luciano ergriff und ihm keinerlei Selbstständigkeit, Handlungsfreiheit und freies Urteilsvermögen ließ.
Sofort war es eine Zähmende und ein Gezähmter (und eine Geschichte, die noch weitergeht …). Margherita erwartete sich alles außer einen solchen Waghalsigen zu sehen, der mit einem deutschen Motorrad mit Beiwagen herumfuhr. Im Gegenteil: Sie dachte, es sei ein Deutscher „außerhalb des Befehls“, wegen der Uniform. „Kamerade, ich habe einen Fehler auf dem Auto, hilf mir“.
Luciano dachte, es handle sich um eine deutsche Frau und antwortete ebenfalls in deutscher Sprache … aber sein Deutsch war nicht sehr glaubhaft, weswegen Margherita … „Also, hilfst du mir?“ – sagte sie in Italienisch, lächelnd und alle Möglichkeiten der Verführungskunst auf diesen Annäherungsversuch lenkend.
Während Luciano sich anschickte, Hand an den Motor anzulegen, umfing ihn buchstäblich der Blick von Margherita, bis zu dem Punkt, dass er völlig aufgewühlt war, und wenn er ab und zu den Blick auf Margherita richtete, schien es ihm immer noch, als ob diese sich ihm bemächtigte.
Es handelte sich letztlich um eine äußerst alltägliche Störung an einem elektrischen Kontakt, der unterbrochen war; dafür reichten die technischen Grundkenntnisse von Luciano vollkommen aus.
Margherita bemerkte, dass Luciano eine Pistole in der Tasche hatte, und sie beeilte sich zu sagen, dass sie eine Studentin der Universität sei, die nach Hause zu ihrer Familie zurückkehrte. Dagegen dachte Luciano sich aus, dass er ein von den Deutschen angestellter Arbeiter sei in der Organisation Todt, am nahegelegenen Bahnhof, und dass er vom unteren Teil des Sees kommend in den Firmensitz zurückkehrte.
Margherita dachte: „Du erzählst mir nicht die Wahrheit …“ Und gleich danach: „Aber er ist wirklich ein hübscher Junge.“
Sie sprachen miteinander, aber ohne in die Tiefe zu gehen: jede Vertiefung oder jedes persönliche Urteil konnte ein Indiz des Wiedererkennens des Einen von Seiten des Anderen sein.
Sie waren zwei Unbekannte, die jedoch beide irgendeinen Vorwand suchten, um eine Chance zu haben sich wiederzusehen.
Margherita blieb trotzdem ganz unerschütterlich in ihrer geheimen Rolle und in den Beweggründen, wie sehr auch immer der Konflikt in ihrer Seele vorhanden sein mochte.
Und es war ganz bestimmt das erste Mal, dass sie sich wirklich vom männlichen Reiz angezogen fühlte, auch weil Luciano bei den körperlichen Merkmalen einen jugendlichen Reiz und eine Weichheit bewahrte, die sehr gut in seine schwelende sexuelle Zweideutigkeit passte.
„Mir würde es gefallen, dich wiederzusehen,“ schlug Margherita anregend und verführerisch vor und fügte hinzu (es war kein Vorschlag oder Wunsch mehr, sondern fast ein Befehl), dass sie ihn am darauffolgenden Samstag im Gasthaus des Dorfes, unten am Ufer des Sees, erwartete.
Luciano nickte zustimmend, er war überrascht und hingerissen, das Herz schlug ihm bis zum Hals, als er sie ins Auto steigen und abfahren sah. Auch Margherita hatte nichts mehr gesagt: die Stille bedeutete, dass alles beschlossene Sache war und dass es nichts hinzuzufügen gab.
Und Luciano kehrte mit seinen Gefährten in die Berge zurück. Die getroffene Verabredung wurde mit einer außergewöhnlichen Pünktlichkeit von beiden erwartet. Im Gasthaus hatte die Ankunft der jungen eleganten und geheimnisvollen Dame, die ihr Auto dort gegenüber des Wurstwarenhändlers bei den Tausend Gerüchen geparkt hatte, eine große Neugierde verursacht, während in der Bar die Triebe und die Wünsche den gleichen Atemzug wie die eingefügten Dialoge von blasphemischen Ausrufen und das betörende Aroma vom Wein hatten.
Luciano traf ein, ein Typ, der, so wie es schien, den Anwesenden keineswegs unbekannt war, da sie ihm zur Begrüßung zuwinkten. Dann kam der Lokalsekretär der Partei der Republikaner, ein Faschist der ersten Stunde, der etwas Gutes für das Dorf gemacht hatte, der aber in keinem einzigen Moment große Zustimmung oder Sympathie erhielt, auch als er Sekretär der PNF war, er war mehr gefürchtet als gehasst und wurde gemieden. Was die Gegner des Faschismus und in diesem Moment die Partisanen anging, die er mehr oder weniger kannte und die er aufspüren konnte wie ein Hund die Trüffel, hatte er sich niemals persönlich und direkt um sie gekümmert, um sich die Hände nicht zu schmutzig zu machen.
Im Gegenteil: er hatte immer seine institutionelle Darstellung gefördert, das des Parteifunktionärs, bescheiden, tolerant, friedliebend und auch einflussreicher Vermittler bei Konflikten, die manchmal unter der Bevölkerung und den wenigen Deutschen der Eisenbahnpioniere, die im nahegelegenen Bahnhof anwesend waren, entstanden.
Indem er so agierte, dachte er, dass er sich einen möglichen zukünftigen Platz in einer Nachkriegsgesellschaft garantieren könne, bei der sich die Nicht-Beständigkeit des Faschismus andeutete, wenn der Krieg schon mal weiterginge.
Als jedoch Fabio C., der „republikanische Onkel mit dem Bart“ (er hatte, in der Tat, einen schwarzen Vollbart wie ein Kapuzinermönch, trotz der überschrittenen 60 Jahre) die Bar betrat, entzog sich jemand, jemand empfahl sich, andere heuchelten eine Verbundenheit und eine falsche Freundschaft vor, aber bei allen entstand sofort eine große Stille.
Er schaute in die Runde, schaute auch das ungewöhnliche Paar an, ohne absichtlich den Blick ruhen zu lassen, dachte ein bisschen bei einer Tasse Malzkaffee nach, die der Gastwirt ihm hingestellt hatte: er versuchte etwas von dem zu hören, was sie sagten, und diesbezüglich war die plötzlichen Stille, mit der Ausnahme einigen Wisperns, günstig für ihn, aber er schaffte es nicht, den Sinn der Unterhaltung zu verstehen, außer vielleicht einiger Worte.
Fabio konnte wissen, wer Margherita war, weil er sie in den Verband hatte eintreten sehen, um lange mit dem Sekretär der faschistischen Föderation zu reden, der sie dann auf sehr vertrauliche Art und Weise verabschiedet hatte, während der andere nicht aus dem Dorf stammte, aber das passierte oft, manchmal zusammen mit sehr fragwürdigen Persönlichkeiten – offensichtlich aus seiner Sicht.
Und dann, wie er es normalerweise machte, fragte er nicht, er ermittelte nicht vor Ort, aber ging wöchentlich in den Verband, um alles, was ihm nützlich und interessant für den „Prozess“, dem er sein ganzes Leben gewidmet hatte, schien, zu berichten.
Es war unnötig zu sagen, dass das anfängliche Gefühl zwischen den beiden Jungen sich fast sofort in ein völliges und leidenschaftliches Liebesverhältnis umwandelte und es folgten weitere Tage mit Verabredungen und Momenten großer Gefühle und dem Ausbruch ihres jugendlichen Übermutes.
Ein alter Fischer des Dorfes, der unter dem Gipfel des Hügels wohnte, dem Ort ihres ersten Treffens, war gewöhnlich der, der die beiden Liebenden Margherita und Luciano mit seinem Boot auf die Insel im See begleitete, wo er für sie ein Liebesnest in einem Häuschen an der grasbewachsenen Seite am Ufer bereitet hatte.
Sie schienen eins zu sein, zwei Teile einer Münze, die, wenn man sie zusammenfügte, eine komplette Einheit ergaben, es schien, dass der Krieg und seine Gefahren sie in keinster Weise berühren konnten.
Es war Winter, ein defektes Flugzeug stürzte dort ab, hinter der Burg, die die Insel beherrschte. Der Alte hörte auf zu rudern, um die Rauchsäule zu betrachten, die nach oben in Richtung Himmel stieg und gleichzeitig schien sich die Sicht auf die Insel selbst zu verschlechtern.
Nichts davon, was passierte, schien die beiden Jungen zu erschüttern, die wegen der Kälte und wegen der Notwendigkeit einer höchsten Intimität komplett in einige Decken eingewickelt waren.
Tonio schaute den Krieg und die beiden Liebenden an: zwei Wirklichkeiten, die absolut nicht zusammenzupassen schienen, Hunderte von Lichtjahren voneinander entfernt, und dennoch waren sie tragischerweise so nah und darin verwickelt.
Der Spaziergang, der am bewohnten Ort der Insel begann und mitten in die üppige Vegetation der tausend Gerüche am Ostende der Insel selbst führte, war ihr Raum für die Erinnerungen und das Theater für ihre sanftesten und melancholischsten Zärtlichkeit: sie schienen fast wie zwei Kinder mit der unbändigen Lust zu spielen, zu scherzen, zu schauspielern.
Aber die Bosheit des Krieges sperrte die Frische und den Übermut des magischen Alters von 20 Jahren ein; sie gehörten tatsächlich zu einer Generation, der auf grausame Art die Jugend geraubt und der alle Gewissheiten und Ideale, mit denen sie aufgewachsen war, geopfert worden waren.
Der Sekretär rief Margherita zu sich, um sie davon zu informieren, dass, wenn sie den jungen Mann kannte, diese Bekanntschaft nützlich für den republikanischen Prozess werden könnte.
Dann hatte Barbiccia erzählt.
Es interessierte ihn nicht, die Beweggründe zu wissen, die dazu geführt hatten, diese Bekanntschaft zu vertiefen, weil sie ziemlich offensichtlich bei seiner sofortigen emotionalen Reaktion waren: er forderte sie vielmehr auf, ihre wirklichen Gefühle zu kontrollieren, und sie solle auf der sexuellen Ebene bleiben und die Verbindung pflegen, um nützliche Informationen herauszubekommen.
Ihm war natürlich bekannt, dass sie fast sicher zu einer der Partisanenbanden gehörten, die sich in den Bergen bewegten, und die jetzt, es war ja Winter, große logistische und die Gruppenbewegungen betreffende Schwierigkeiten hatten, und die sich demnach in einigen Unterschlupfen, die von den besonderen Gegebenheiten der Orte geschützt wurden, versteckten.
Dann, wie er gewöhnlich sagte, musste er das Angenehme mit dem Nützlichen verbinden, indem er die Last auf sich nahm, jede für den Zweck nützliche Information zu erhalten.
Margherita hätte vorgezogen, dass all das nicht passiert wäre: dass die Sache nicht bekannt wäre und dass ihr nicht irgendeine Aufgabe anvertraut worden wäre, die ihr jetzt Unannehmlichkeiten, Angst und innere Konflikte verursachte.
Im Inneren verabscheute sie jenes Einschreiten des Chefs in ihre Intimsphäre: „Das Angenehme mit dem Nützlichen verbinden“. Sie war kein zügelloser Mensch mit losen Sitten: vielmehr lebte sie mit Luciano diese ganz außergewöhnliche Erfahrung mit Selbstbeobachtung, Unruhe und Fantasie. Sie musste sich selbst enthüllen, außerhalb der technisch beabsichtigten sexuellen Beziehung, welches die wirklichen Grenzen ihrer Weiblichkeit, nicht nur die biologischen, waren.
Eines Tages versuchte Luciano, der die beunruhigende Lage, in der sich Margherita befand, und ihre wirkliche Identität als Beobachterin und Geheimagentin der RSI (es war noch nicht die letzte Wahl getroffen worden, ob sie dem faschistischen Staat in Uniform als Helferin dienen wollte), nicht ahnen konnte, herauszufinden, was die politischen Vorstellungen des Mädchens waren. Und um eine Antwort zu erhalten, ließ er sich naiv und unbedacht zu Überlegungen und Zugeständnissen hinreißen, die Margherita keineswegs überraschten, die sie trotzdem nicht hören wollte, und maß sich darüber hinaus eine Antwort an, die, wenn sie schon nicht von ihrer Rolle und der übertragenen Aufgabe vorgegeben war, nur eine banale, ausweichende und absolut falsche Antwort sein konnte.
Und so wusste Margherita, auch wenn sie es nicht wollte, dass es ein Dorf gab, das jenseits der Berge lag, welches zu erreichen war, wenn man ins Tal hinabstieg und dort, wo die Berge von Bäumen kahl waren, noch hinter der Bergkette, wieder aufstieg.
Diese Bergkette des Apennins war ein ideales Gebiet für eine Siedlung derer, die sich verstecken und es schaffen wollten leicht zu fliehen. Riogreve, genannt nach dem gleichnamigen Bach, war eine Siedlung von Häusern, die von Holzfällern bewohnt wurden. Diese Häuser dienten als logistisches Basislager für die Handlungen der Partisanen, die vorzugsweise ein bisschen weiter oben in Baracken und Holzhütten unter großen Erdschollen, die für die Dächer verwendet wurden, und natürlichen Orten Zuflucht suchten. Das umliegende Gebiet war also dicht von Widerständlern besiedelt, wegen seiner physischen Übereinstimmung, bestehend aus abgelegenen Gutshäusern, die vor allem im Winter, wenn Wasser und Eis die geschotterten Straßen in Rutschbahnen verwandelten, beträchtliche Probleme mit der Verständigung nach außen bekamen.
Man breitete sich also in einem Becken von Hügelketten und kleinen Wäldchen aus, dessen Zugangsstraßen leicht zu kontrollieren waren. Die Gegend, die abgelegenen Heuschober, die Hütten, die Grotten und die dichte Vegetation des Waldes garantierten sichere Verstecke. Die hohen Wiesen im Norden und die bewaldeten Hänge des Tales im Osten bildeten ideale Fluchtwege, um schnell die Spuren verschwinden zu lassen.
Mehrmals waren deutsche Soldaten, Deserteure oder Flüchtlinge, auf halber Höhe hineingeraten und die einfachen großzügigen Leute der Berge hatten sie auf die Wege begleitet, die in Richtung Norden führten.
Mehrmals halfen die Leute ihnen, um zu vermeiden, dass sie in die Hände der Partisanen fielen. Es war ein wirkliches „Land der Freiheit“, wo es keine Ideologien und zu befolgende aufgeschriebene Gesetze gab, sondern den gesunden Menschenverstand und ein gemeinsames Gewissen der Menschen.
Die Geschichte zwischen Margherita und Luciano entwickelte sich unaufhaltsam. Je näher die Front kam, desto öfter sahen sie in der Gegend des Sees Formationen von englischen und amerikanischen Flugzeugen, große viermotorige Flugzeuge, die „fortezze volanti“ hießen und in Richtung Norden flogen, um strategische Zentren zu bombardieren.
Eines Tages, während die beiden Liebenden sich davongemacht hatten ins Schilfdickicht am Seeufer, wurde eines dieser Flugzeuge von der deutschen Flugabwehr getroffen und konnte den eingeschlagenen Weg nicht mehr fortsetzen. Es drehte in Richtung See um und warf die ganzen Bomben ab: es schien das Ende der Welt zu sein und die Generalprobe für die immer drohender bevorstehende Tragödie der ankommenden Front.
Margherita, kalt und eisig in manchen Situationen und auch in ihrem Charakter, war in Bezug auf Luciano schrecklich verbissen in sich selbst. Sie hätte ihm sagen wollen: „Flieh! Ich bin nicht die, für die du mich hältst.“ Sie hatte keine Angst vor seiner Reaktion, aber auch nicht den Mut, sich mit den Folgen ihres Ungehorsams auseinanderzusetzen, mit der sie jeden Moment ihres Tages und ihres Handelns plante, nicht nur wegen der Angst ihr Leben zu verlieren, sondern auch, weil sie keine Lust dazu hatte, kümmerlich ihr Leben zu fristen und die Privilegien zu verlieren, die diese Position ihr bot und die letztendlich bald vorbei sein würden.
Alles was sie auf diesem See machten und was sie sich sagten, wurde in vielen Spiegeln reflektiert.
Der faschistische Sekretär hielt Margherita auf quälende Weise fest bis zum Zeitpunkt, als er ihr drohte, wenn sie, wie man in der Toskana gewöhnlich sagte, „weiterhin Zicken machen würde“. Margherita ließ die kalte Vernunft dem Gefühl vorherrschen und verriet den Namen des Ortes, der nur die Basis der Partisanenhandlungen darstellte und nicht die genaue Lage, die sie im Übrigen gar nicht kannte.
Und es war so, dass ein deutscher Soldat an Bord eines kleinen, mit Waffen beladenen Mannschaftswagens nach Riogreve geriet. Er sagte, er wolle sie zu den Partisanen schicken und er selbst wäre ein Deserteur und wollte sich ihnen ergeben. Es war nicht das erste Mal, dass Deserteure oder Versprengte wegen irgendetwas erschienen und Hilfe der Leute erhalten hatten. Manche hatten gerne einigen Deutschen geholfen.
Einmal hatte eine Bäuerin einen Hahn getötet. Es erschienen drei Deutsche und sie sahen ihn. Sie winkten ihr zu, sie solle ihn braten. Die Frau briet ihn ihnen, sie aßen ihn und sie dankten ihr. Sie sagten immer wieder: „Danke Mama“. Die alte Frau hatte ihnen gerne den Hahn gegeben. Jene Deutschen waren nett. Einer sagte zu ihr: „Morgen kommen wir nochmal hierher.“ Er kehrte am nächsten Tag mit einem Säckchen Tabak, Salz und Keksen zurück.
Einmal, nachdem er so sehr darauf bestanden hatte, begleiteten die Bergbewohner einen deutschen Soldaten bis hinunter ins Tal und zeigten ihm die Straße, die in Richtung der Stadt führte, die er auf der anderen Seite des Apennins erreichen wollte, und er hörte nicht auf, seinen Begleitern zu danken.
Dieses Mal jedoch war es anders: Weil es sich um Waffen handelte, waren die Partisanen gewarnt worden, die aus den Verstecken hervorkamen. Also wurden die Waffen versteckt, und sie beschlossen den Mannschaftswagen zu vergraben, aus Angst, dass die Deutschen ihn bei einer Razzia fanden. Die Männer des Dorfes wurden gezwungen ein Loch in der Wiese eines verlassenen Landhauses zu graben und ihn einzugraben. Die Frauen rechten mit Besen das Gras auf, das von den Reifen zerdrückt worden war. Am nächsten Tag befahlen die Partisanen, dass er wieder ausgegraben werden solle: Männer, junge Männer und Jungen wurden gezwungen zu helfen, während sie zuschauten. Dann zogen sich die Partisanen als Faschisten an und fuhren in die Stadt, wo sie in Läden gingen, um sich Mehl, Reis, Dosentomaten und sogar Strohbesen geben zu lassen. Das Mehl wog einige Zentner. Sie teilten es auf und versteckten ein bisschen in jedem Haus und den Rest in einer Baracke. Sie kehrten auch mit 50.000 Lire zurück: und diese teilten sie auf, und weil sie in dieser schwierigen Lage zu Zehnt waren, gehörten jedem 5.000 Lire.
Die unglaublichste Tatsache war, dass der deutsche Soldat, der zu den Partisanen geschickt worden war und der mehr als eine Woche bei ihnen blieb und ihre Verstecke und ihre Stellungen sah, fliehen konnte. Er war geschickt worden, um sie auszuspionieren.
Natürlich kam nach kurzer Zeit eine Razzia, es war Ende April des Jahres 1944, und es war die letzte, jene, die ganz sicher die Partisanen aus dem Gebiet wegjagte. Die Deutschen wussten alles, sogar wo die Partisanen das Mehl versteckt hatten. Sie kamen, um es zu holen und sie brachten es weg. Auch die Faschisten, wie auch die Partisanen muteten sie das den armen Leuten des Dorfes zu, ließen sich zu essen geben und, wenn sie etwas fanden, stahlen sie es.
Eine Familie hatte fünf oder sechs Hühner. Die Faschisten kamen, erschossen sie und brachten sie weg. Es wurden alle Häuser und Landgüter durchsucht, es wurden alle Männer und Frauen befragt. Und tatsächlich waren einige Frauen im Haus, weil sie Schüsse gehört und gedacht hatten, dass ihre Männer erschossen worden wären. Sie weinten und beteten den Rosenkranz.
Das Gros der Soldaten nämlich, darunter etwa 200 der Militärpolizei, Carabinieri, eine Polizeieinheit und deutsche Soldaten durchkämmte eine sehr große Fläche und hatte geschossen, im Glauben, sie hätten einige Partisanen gesichtet, die sich in einer Ansammlung von Hecken versteckt hätten.
Aber dem war nicht so: keine Partisanen, keine Aufständischen, nicht einmal ein Schatten davon. In der Zwischenzeit stürmten Kämpfer der gleichen Brigade einen Konvoi von zwölf nazifaschistischen Lastwägen, blockierten ihn an einem Pass im Apennin und umzingelten ihn. Sie nahmen viele Gefangene und ergriffen Besitz von Lebensmitteln und modernsten Waffen.
Die Schmach war riesig: der Sekretär befahl an diesem Punkt Margherita, ihm den Partisanen ihres Herzens auszuliefern; sonst würde er sie beide an die SS ausliefern, die sie erschießen oder zumindest deportieren würden. Es blieb ihr, das Herz klopfte ihr bis zum Hals, nichts Anderes übrig als dem Befehl Folge zu leisten: sie verabredete sich zum letzten Mal mit Luciano für den 30. April 1944 auf der gleichen Terrasse am See, wo sie sich das erste Mal getroffen hatten.
Das Auto, das auf ihn wartete, war da, aber Margherita nicht: als Luciano auftauchte, war es zu spät, er wurde verhaftet und ins Gefängnis der toskanischen Stadt gebracht.
Der Betrug von Margherita war offensichtlich, aber Luciano konnte auch denken, dass sie gezwungen worden war, so zu handeln, und da er von ihrer guten Gesinnung überzeugt war, hörte er nicht auf, sie zu lieben.
Er hielt durch und überlebte körperliche und seelische Qualen, er hielt sich treu an seinen Schwur, verriet die Kameraden nicht und enthüllte keine Namen, Orte und Zahlen.
Im Vorzimmer des Todes wollte er an Margherita einen tragischen und leidenschaftlichen Brief schreiben, ein dramatisches und sublimes Dokument von einer LIEBE „mit Großbuchstaben“, die nicht aufhörte bei irgendwelchen Widrigkeiten, ohne Grenzen und Bedingungen, rein, exklusiv, allumfassend.
Er bat seine Peiniger, den Brief dem Mädchen zu überbringen.
Er suchte geistliche Hilfe bei einem Priester und ihm wurde jener toskanischer Kaplan geschickt, den er während des Militärdienstes in Padua kennengelernt hatte, als er Leutnant auf Zeit bei der italienischen Luftwaffe bis zum 8. September 1943 war.
Don Umberto bat Luciano, der jetzt sichtbar niedergeschlagen und nicht wiederzuerkennen war, um ein Glaubensbekenntnis Gott und ihm gegenüber: er kannte einen Graf, einen republikanischen Bürgermeister, der vielen Juden geholfen hatte und auch einige Partisanen gerettet hatte, indem er falsche Entlassungs- oder Gefängnisentlassungspapiere, die der deutsche Kommandant des Standorts unterschrieben hatte, einbrachte. Diese wurden von einem deutschen Offizier, der im Begriff war zu desertieren, ausgestellt, aber er wollte auch Edelmetall oder Geld dafür. Der Graf kümmerte sich auf seine Weise darum.
Kaum kam der nächste Tag, radebrechten zwei perfekte SS in holprigem Italienisch und zeigten dem Gefängnisdirektor ein Dokument, das die sofortige Verlegung des oben genannten Gefangenen in ein anderes Gefängnis anordnete, und Luciano konnte, nachdem er ins Auto gestiegen war und ohne aufzufallen weit vom Gefängnis weggebracht wurde, seine Kameraden, die ihn wiederbekommen hatten, in die Arme schließen.
Wie in einer Rückschau kamen Margherita die Erinnerungen und Bilder dieser tragischen Vergangenheit in den Sinn, während sie alleine und gequält von ihren Gefühlen am 1. Dezember 1945 aus dem Konzentrationslager von Casellina herauskam.
Während sie sich auf den Weg zu ihrem Haus in Florenz machte, oder zu jenem, was es noch war nach den Bombenangriffen und den Kriegshandlungen, kramte sie ein bisschen in ihrem Rucksack herum, den sie nie zurückgelassen hatte.
In der Innentasche war noch unversehrt und eifersüchtig gehütet der Brief von Luciano.
Margherita hatte von seiner Flucht erfahren, bevor er im Sommer 1944 in Richtung Norden abreiste, um den Faschisten auf der Flucht vor dem Ankommen der alliierten Truppen in der toskanischen Stadt zu folgen.
Der Autor G. Bronzi schreibt (schon in „Specchi sul lago 1944)
„1. Dezember 1943: in Mittelitalien treffen sich auf einer wunderschönen Terrasse, die auf den See hinausgeht, Margherita und Luciano, ein sehr schöne, aufregende, junge und erbarmungslose Spionin der Nazifaschisten und ein ahnungsloser, leidenschaftlicher und mutiger Partisan. Es entsteht ein doppeldeutiges und schwieriges Verhältnis aus Liebe und Hass und aus Liebe und Tod.“
So berichtet eine Zeitung von 1945, die kurze Zeit Bestand hatte und ein vergängliches Geschöpf der Propaganda des Nationalen Befreiungskomitees war, auf wenigen vergilbten und durch das Hochwasser von 1966 von Florenz, das auch die Nationalbibliothek verwüstete, in Teilen irreparabel beschädigten Seiten, und sprach mit Rache und offener Verachtung davon, um damit zu enden, dass man auch den letzten Faschisten und Kollaborateur aufstöbern und schnellen und umfassenden Prozess machen müsse, sonst wäre es nicht möglich, das neue demokratische und revolutionäre Italien entstehen zu lassen.
Das Lesen des Artikels brachte mich dazu, das Wissen zu vertiefen und Recherchen anzustellen. Florenz, Reggio Emilia, Genua, Dokumente, Briefe, Verwandte, Freunde, Widerständler, und am Ende in einem Hospiz (es war im Jahr 2000) war eine 77-jährige Frau, noch schön auf ihre Art, noch schwarzhaarig und mit stolzem Blick: sie war der Aquila altera, den ich suchte. Ich merkte sofort, dass ich eine außergewöhnliche Person vor mir hatte. Margherita (das ist nicht ihr richtiger Name) war bereit, ihre ganze Geschichte zu erzählen, vorausgesetzt, ich machte einen Roman daraus und wahrte aber gleichzeitig die Privatsphäre von ihr und den Personen, die in ihr Leben getreten waren.
Sie war eine kulturell gebildete Frau mit einer komplexen Persönlichkeit: man kann ihre Begebenheit nicht vereinfachen und auf die schwarz-weiße Bestrafung reduzieren, die von dieser Tageszeitung geäußert wird. Sie bat mich keine Beurteilungen vorzunehmen und mich an die Fakten zu halten, sei es nur in Form eines Romans und daher „unwahrscheinlich“ für das, was die Orte betraf und den Rahmen der Handlung selbst.
Ihre Geschichte mit dem Partisanen Luciano (das ist der Name, den ich ihm gegeben habe) ist nur eine Rückblende auf eine Abfolge von tragischen und bedeutungsvollen Ereignissen, die vom 25. April 1945 bis zum 1. Dezember desselben Jahres stattfanden und auch jene Begebenheit in das richtige Licht rückten.
Ich bin mir bewusst, dass ich nicht nur einen historischen Roman schreiben muss, sondern auch einen psychologischen, weil dieser Aspekt die Komplexität, den Tiefgang und den Reiz dieser Persönlichkeit ausmacht.
In Erscheinung tritt also auch die Person Elvira, die ihre sehr gute Freundin, ihre Kameradin und Helferin bei der RSI wie sie selbst war, und beide waren besonderen Diensten unterstellt.
Der Partisan Luciano schließt dann den Kreis.
Alle Daten und gesammelten Nachrichten führen mich dann zu ihm: Im Gegensatz zur immer alleine lebenden Margherita ist Luciano Großvater mit vielen Enkeln und drei Kindern. Er lebt jetzt als Rentner in den toskanischen Hügeln. Dem Tod entronnen durch den Ausbruch aus dem Gefängnis nach der Denunzierung von Margherita, hörte er nie auf, sie trotz des Verrats zu lieben und schrieb ihr einen tragischen und leidenschaftlichen Brief, ein dramatisches und sublimes Dokument einer LIEBE (mit Großbuchstaben), die nicht vor irgendeinem Hindernis haltmachte, ohne Grenzen und Bedingungen, rein, exklusiv, allumfassend, er war der wirklich Einfache, Naive, Triebhafte, der eigentliche Held des Widerstandes
Und während ich ihm zuhöre, als er seine Version der Handlung erzählt, bemerke ich, dass er trotz seiner jetzt schon 80 Jahre die jugendlichen Wesenszüge, die zusammen mit einem ausgezeichneten körperlichen Zustand die unsichere und schwer einschätzbare Sexualität von Margherita so sehr beeindruckten, nicht verloren hat.
Wenn für Margherita Luciano zu einer wenn auch immer wiederkehrenden Rückblende gehörte, war es für Luciano anders: trotz allem war sie auch weiterhin die Herrin seiner Gedanken und seines Herzens und sie verließ beides nicht einen Moment seit jenem Tag im Frühling 1944, als sie sich das letzte Mal sahen, unter vielen „Spiegelbildern“.
Während Luciano erzählt, hört seine Ehefrau ihm und mir zu. Sie kennt die Geschichte mit Margherita schon ewig, sie war nie eifersüchtig auf irgendeine Art und Weise auf dieses Phantom (vielleicht eine Wirklichkeit – dachte sie), das schon immer die Gedanken ihres Mannes beherrschte: für sie ist – oder besser – war Margherita eine Rivalin, die sie immer hätte kennenlernen wollen; die Ehefrau ist viel jünger als ihr Mann, einem Ex-Unternehmer, der immer von den Frauen, Sekretärinnen und Freundinnen bewundert wurde; für sie war Luciano eine Eroberung, trotz der zwanzig Jahre Altersunterschied, aber er war eine Eroberung von einem Gebiet, das es immer zu verteidigen galt, und sie hat immer brav akzeptiert, ohne eine Szene zu machen, dass die manchmal wirklichen und nicht immer virtuellen Bereiche, die durch ihre Rivalinnen besetzt waren, auf eine gewisse Art bekämpft und verringert wurden.
Deshalb ist sie bereit, auch Margherita kennenzulernen: sie scheint es auch dieses Mal ernst zu meinen, aber ich verstehe, dass sie jetzt nur neugierig ist und denkt, sie kann ihren Luciano damit belohnen, dass sie sich dieses Mal wirklich eifersüchtig zeigt. Und er benimmt sich ein bisschen wie ein Auerhahn, wie alle Männer … Ich lobe die Intelligenz dieser Frau: sie heißt Anna. Mir kommt Dante in den Sinn: „Donne ch’avete intelletto d’amore“.
Luciano lädt mich zum Mittagessen ein, ich lerne eine Tochter kennen, die gekommen ist, um Luciano und Anna zu besuchen und die den Vater vergöttert, für sie ist er ein Held, ein außergewöhnlicher Mann, ein Supertyp, um einen Ausdruck aus dem Sport zu verwenden, ein ewiger Gewinner. Sie fürchtet, dass ich ein Opfer aus ihm mache, dass ich ihn auf die Gestalt reduziere, die ihrer Meinung nach vor allem daher kommt, dass er es geschafft hat, die erreichten Ziele als Unternehmer zu verwirklichen. Seit sie klein war, haben sie sie als anwesendes Maskottchen bei allen Feiern und öffentlichen Auftritten, an denen ihr Vater beteiligt war, gesehen.
Diese wehmütige Erinnerung gefällt ihr nicht mehr so sehr und sie sieht in diesem Spiel, dem sie nicht zugeneigt ist, eine kopflastige und fast „perverse“ Mittäterschaft ihrer Mutter. Ich bemerke, dass sie in den Belangen ihres Vaters besonders fürsorglich ist. Von ihm sagt sie, dass sie seit ihrer frühesten Kindheit in ihn verliebt war: sie ist auch eine Rivalin, wie es normalerweise zwischen Mutter und Tochter der Fall ist.
Aber die Geschichte wurzelt tief in der persönlichen und gemeinschaftlichen Erinnerung, dass sich Margherita und Luciano erneut wiedergetroffen haben beim Symposium Assomeet, abgehalten in Marotta di Mondolfo (in der Provinz Pesaro) an einem sehr heißen Julitag des Jahres 2001. Das Treffen fand im Arcobaleno-Saal statt, der freundlicherweise von der Gemeinde Mondolfo zur Verfügung gestellt wurde. Anwesend waren mehr als 70 Personen, die älter als 70 Jahre und auch älter als 80 Jahre waren und aus ehemaligen gegnerischen Fronten kamen. Er, Luciano, schien noch der leidenschaftliche junge Mann von einst zu sein, sie, Margherita, war nur auf den ersten Blick ein bisschen kühl und distanziert, auch wenn beide auf ihre Art nett waren und auf ihren eigenen Stil beschränkt.
Aber während sie ihm mit erhobenem Kopf zuhörte, schaute sie ihn mit jenen weit geöffneten und nicht sehr milden Augen an, die ihn unwiderstehlich anzogen; aus jenen Augen von Margherita traten nicht übliche Tränen hervor, und zur großen Überraschung von Luciano und von allen anderen, mich eingeschlossen, zog sie jenen Brief heraus, der ihr mittels ihrer Peiniger des Gefängnisses überbracht worden war und den Margherita stets eifersüchtig gehütet hat. Man hat sich sofort danach von einem entschiedeneren Plan gelöst, gefolgt von den Worten: „Du musst wissen, dass, gegen jede gegenteilige oder offensichtliche Wirklichkeit, ich dich immer geliebt habe seit dem ersten Moment. An jenem Tag im April am See hätte ich dir sagen wollen: „Fliehe. Ich bin nicht die, für die du mich hältst.“ Ich hatte keine Angst vor deiner Reaktion, aber ich hatte nicht den Mut, mich mit den Folgen meines Ungehorsams auseinanderzusetzen, mit denen ich jeden Moment meines Tages und meiner Tätigkeiten plante, nicht nur aus Furcht, mein Leben zu verlieren, sondern auch weil ich mich nicht in der Lage fühlte, nach einem Leben von Entbehrungen den Privilegien zu entsagen, die mir meine Position bot und die dennoch bald vorbeigewesen wären. Alles, was wir auf jenem See gemacht und gesagt haben, spiegelte sich in vielen Bildern wieder.
„Mit dem Eis in meinem Herzen bezahle ich für meine Schwäche.“
Luciano erinnerte sie daran, dass er sie noch mit höchster Diskretion gesucht hatte und sie während der letzen Haft in Casellina wiedergefunden hatte.
„Ich war gekommen, um dich zu besuchen, aber es wurde mir nicht gestattet, dich zu treffen: ich ließ Geschenke zurück.“
„Ich wurde davon informiert und erhielt deine Geschenke: ich dachte an dich und mir liefen Schauer über den Rücken.“
Ein gutes, langes und auch sehr befriedigendes Abendessen am Meeresufer im Restaurant „California“ in Marotta beendete den Tag, während auf dem Meer ein Feuerwerk wegen eines Festes abgebrannt wurde, und wir schauten alle zu, sie schauten zu und sie schauten sich an, während die Ehefrau von Luciano, amüsiert und auf ihre Art zufrieden, mir neugierig zulächelte.
Dann kam sie zu mir und sagte leise und schelmisch und mit Ironie in einem Moment, als die beiden uns nicht zuhörten: „Zumindest jetzt ist das Phantom ein bisschen von der Wirklichkeit abgerückt, die Jahre verstecken sich nicht.“
Ich antwortete ihr mit einem Lächeln als Zeichen, dass ich sie verstanden hätte, aber ich lebte in einer besonderen Stimmung, fast wie die eines Tempelpriesters oder eines Zauberers, der die Schmeichelei liebt, und eines Forschers, der nach extremen und nicht zu alltäglichen Geschichten sucht…
Ein kürzlich geschriebener Brief von Margherita anlässlich der Veröffentlichung von „Specchi sul lago 1944“ (1. Ausgabe 2009)
Sehr geehrter Herr Professor Bronzi,
ich habe die Entwürfe des Romans gelesen, die Sie mir geschickt haben, und ich muss sagen, dass sie sehr gut meine Persönlichkeit aufgezeigt haben. Dazu gratuliere ich Ihnen. Was das dritte Kapitel betrifft, als Sie von der Erschießung der Gruppe der Helferinnen und der Soldaten schreiben, geben Sie genau die Erzählung der Fakten der Kommandantin des weiblichen Hilfsservices Piera Gatteschi Fondelli wieder, so wie sie in ihren Memoiren ausgeführt werden, auch wenn in der Umsetzung von Zeit und Ort die Daten und Orte verändert wurden, genauso wie meine Bitte gelautet hatte. Wir waren Zeugen davon.
Was das Foto des Modells betrifft, das Sie für den Titel ausgewählt haben, muss ich sagen, dass sie vieles von mir hat und dass mir auch dieser moderne Look gefällt – was mich auf der Höhe der Zeit sein lässt!?!
In der Nachkriegszeit, sobald die Rahmenbedingungen mir das erlaubten, nahm ich das Universitätsstudium der Literaturwissenschaften wieder auf und erwarb das Diplom mit einer Arbeit über die Beteiligung der Frauen im Bürgerkrieg 1943 – 1945, auf der einen und auf der anderen Seite.
Wir waren in den Fünfziger und Sechziger Jahren und es war nicht leicht mit allen über solche Dinge zu sprechen; es gab vor allem das Risiko, nicht verstanden zu werden.
Ich machte mein Outing (so sagt man das wohl heute) mit höchster Ungezwungenheit, wie auch Sie das in ihrem Büchlein „Il cuore delle donne“ (sehr gut! ein perfekter Stil in jenem „Bruchteil des Herzens und der Erinnerung“) gemacht haben, aber die anderen, Männer und Frauen, machten nur Politik und waren nicht authentisch und aufrichtig, nicht einmal zu sich selbst.
Das Thema meiner Überlegung war und blieb für lange Zeit folgendes: die Frauen, die großen Vergessenen der Geschichte, die Faschistinnen und Partisaninnen, die Mitarbeiterinnen der einen oder anderen blieben machtlos, die ewigen Verliererinnen … und sie kehrten an die Kochtöpfe zurück.
Darüber hinaus versuchte man zu untertreiben, Verdienste und Versäumnisse zu schmälern. Sie wissen, dass ich nicht meine klar bestimmte Verantwortung und Schuld verleugne und ich will keine mildernden Umstände oder Nachlässe oder Verständnis, nur weil ich eine Frau bin.
Fast wäre es nicht nur unwahrscheinlich, sondern fast unmöglich gewesen, dass eine Frau wirklich und mit voller Verantwortung eine Spionin gewesen sein konnte.
Und als Beweis dafür hier einige seltsame Paradoxa, die die Vorurteile mit sich brachten: ein Rechtsanwalt, der mich in der rechtlichen Untersuchung, die mit den Sanktionen für die faschistischen Vergehen zu tun hatten (die wirksam wurden bei meiner Rückkehr in mein Haus, weil ich es besetzt von Evakuierten vorfand, die jeden Vorwand benutzten, um es mir nicht zurückzugeben), verteidigte, erzählte mir, dass er die Rechtsakten von neunzig römischen, sofort nach der Befreiung der Kollaboration bezichtigten Frauen studiert hatte.
Es handelte sich nur um Untersuchungsverfahren, weil die Amnestie, unterzeichnet am 22. Juni 1946 vom italienischen Justizminister Palmiro Togliatti, verhinderte, dass auch die Personen nach der Eröffnung des Hauptverfahrens einem Prozess unterzogen und eventuell verurteilt worden wären.
Was hat sich daraus ergeben? Das fast einstimmige Urteil von Carabinieri, Rechtsanwälten und Richtern war im Wesentlichen, dass die Frauen zu eingeschränkte Fähigkeiten hatten, um aktiv und bei vollem Bewusstsein als Spioninnen zu arbeiten.
Einige Frauen waren tatsächlich Spioninnen, während andere unschuldig waren. Aber die Amnestie verhinderte, dass die Wahrheit herausgefunden wurde, und alle wurden in das gleiche öffentliche Verfahren einbezogen, derart, dass manchmal die Leute versuchten, selbst kurzen Prozess zu machen, aber glücklicherweise widersetzten sich in Rom die Freiheitskomitees der Stadtteile den Lynchmorden.
Im Großen und Ganzen bekräftigten die neuen „demokratischen“ Richter und die Ordnungskräfte, dass, zumindest für die Frauen, sich wenig geändert habe: sie wären nach wie vor Bürgerinnen zweiter Klasse, ewige minderjährige Nichtskönner, sogar bis hin zur Bösartigkeit; beseelt nur vom Wunsch Ehefrau, Mutter und Hausfrau zu sein.
Im Vergleich zum Faschismus hatte sich im Grunde genommen nichts geändert, vielmehr war ein rückläufiger Prozess zu erkennen, wenn man an die Nachricht von uns denkt betreffend des weiblichen Hilfsservices, der Soldatinnen.
Als Oberschullehrerin versuchte ich mehrmals, eine Betrachtung des Themas und anderer damit verbundenen Themen mit meinen Schülern anzufangen, aber auch die Siebziger Jahre waren dafür noch nicht reif. Die Geschichte des Faschismus war noch ein Tabu! Die wirkliche weibliche Emanzipation war eine Farce.
Mit den besten Wünschen
Margherita
Traduzione dall’italiano al tedesco di Gianni Casoni e Christine Konstantinidis.
www.tedescotraduzioni.com
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