sabato 7 maggio 2011

Attacco di panico, come affrontarlo

Attacco di panico, come affrontarlo

La nostra esperta ci guida alla scoperta di quello che attualmente è un vero e proprio disturbo e, che se non adeguatamente fronteggiato, rischia di compromettere seriamente la vita di colui che ne soffre
“Immaginiamo di essere a una cena con amici, in una riunione di lavoro, rilassati su una poltrona al cinema o, ancora, in macchina bloccati nel traffico. Improvvisamente, senza nessun tipo di preavviso e senza sapere perché, si entra in uno stato di angoscia profonda e malessere generale, il cuore incomincia a battere all'impazzata, il respiro si fa affannoso, le mani sono ghiacciate, si suda, si ha la sensazione di stare per svenire o addirittura di morire”.
Questo stato intenso e terribile dura da qualche minuto a un’ora circa, ma per chi lo vive sembra un’eternità. La prima volta che sorge un episodio acuto di ansia, detto più propriamente “panico”, si corre al pronto soccorso dell'ospedale di zona, si fanno esami e controesami, ma tutti i risultati sono negativi. Il panico rientra nei disturbi dell'ansia, in pratica rappresenta un suo attacco più acuto, un’esagerazione della normale reazione del corpo alla paura. Ma la persona che ne viene colpita, soprattutto le prime volte, non sa che a provocare tutto questo malessere è la paura incontrollabile. La reazione normale in questi soggetti è quella di cercarne la ragione in fatti concreti, raccontandosi che hanno mangiato troppo, o male, che sono molto stanchi, nervosi oppure che hanno molti problemi. Scatta, così, la cosiddetta ansia anticipatoria, nella quale la persona vive in attesa che arrivi un nuovo attacco acuto e, nella speranza di allontanare questo rischio, evita tutte le situazioni in cui ne ha sofferto: si finisce inevitabilmente, in questo modo, a non prendere più l'autobus, non guidare la macchina, non andare al cinema, non fare un viaggio, non recarsi al lavoro, eccetera, compromettendo in modo molto serio la propria vita.
Le cause dell'attacco di panico sono tantissime e variano da soggetto a soggetto, così come l'intensità del disturbo. La comprensione delle cause è ancora tutt’oggi difficile da definire. Numerose ricerche però hanno evidenziato una predisposizione biologica (s’ipotizza una disfunzione di due neurotrasmettitori: la noradrenalina e la serotonina in aree cerebrali specifiche, ndr), che, se unita ed eventi particolari della vita come perdite o separazioni, può innescare un processo diciamo “psico-biologico”, che porta all'attacco di panico. Se dovesse verificarsi un solo episodio, direi di non allarmarsi e prenderla solo come una brutta esperienza, ma se dovesse ripetersi è importante chiedere aiuto subito, rivolgendosi a uno specialista che in questo caso è uno psicoterapeuta.

Chiara Cimmino

www.tedescotraduzioni.com

L'umiltà del male

L'umiltà del male" di Franco Cassano

Un saggio che analizza come la distanza crescente tra le elite e le masse possa pregiudicare la lotta contro quel male che sa farsi umile per sedurre la maggioranza degli uomini

Senza un'elite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica.
Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l'esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male.

Franco Cassano è professore di Sociologia e di Sociologia della conoscenza alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari. Tra i suoi libri più recenti: Modernizzare stanca: perdere tempo, guadagnare tempo (2001), Approssimazione. Esercizi di esperienza dell’altro (2003), Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni (2004) e Il pensiero meridiano (2005).

Stefano Crupi

www.tedescotraduzioni.com

venerdì 6 maggio 2011

Dispense (IV parte)

Se è vero, come verosimilmente appare, che Jacques non ha avuto in vita sua alcun trattamento di prima classe, allora sembrano piuttosto contraddirsi anche le parole servo e amico. Un’altra variante di questo rapporto da Roth così tanto magnificato sono il tenente ed il suo aiutante Ornufrij; questo impiegato contadino si attacca in modo commovente alle calcagna del suo padrone, e quando quest’ultimo rimane a corto di soldi questi intraprende un viaggio di un giorno per andare a prendere i suoi risparmi sepolti sottoterra.

Qui non si deve mettere in dubbio il contenuto veritiero degli avvenimenti narrati – ci sono persino nella realtà ancora esempi di questo rapporto antico, una dedizione piena e spesso anche entusiasta di uno per l’altro, una identificazione dal basso verso l’alto ed una rinuncia alla propria personalità. La miriade di simpatizzanti che Hitler potè mobilizzare per se prendeva spunto dalle latenti condizioni che corrispondono al rapporto qui idealizzato. La dedizione dell’Io ad una entità più grande e lontana libera dalla pressione esercitata dalla responsabilità personale permettendogli allo stesso tempo di prender parte nella sua propria piccolezza al potere, di sentirsi lui stesso potente. Ma qui disturba il fatto che questo rapporto venga chiamato da Roth “amicizia” e “fratellanza” (l’imperatore e Trotta: erano due fratelli ). Poiché questa “fratellanza” è solo un mezzo per velare l’oggettiva disumanità dei rapporti all’interno della società – l’inuguaglianza sale ad un ordine “naturale” pseudofamiliare – Con ciò anche la struttura gerarchica viene motivata “come in una famiglia”. In questo modo il padrone della fabbrica è anche il “padre” e “fratello” e “amico” dei suoi impiegati. Così la realtà viene violentata.

Reich-Ranicki crede tuttavia a Roth nella sua “fraternità”: In fondo sono persone brave e a modo che fanno il loro lavoro come si deve: l’impiegato d’ufficio … , il tranquillo reporter, … il funzionario, … il diplomatico austriaco … Poco importa se imperatore o stalliere – sono tutti a mal partito. Ciò vuol dire, davanti al destino sono tutti uguali. Questo tipo di uguaglianza e fraternità risale ancor prima della egalitè e della fraternitè, e delle aspirazioni democratiche borghesi non rimane nient’altro che l’individuo borghese, o piuttosto il suo fantasma. L’imperatore ed il suo suddito fedele, Trotta ed il suo servo, ecc. – la combinazione è poi scambiabile con “Il Fuehrer ed i suoi fans”. Ma questo lo sono poi anche di nuovo Robinson con Venerdì sulla sua isola deserta, solo che qui non si guarda più in modo così ottimista in avanti, ma ci si ritira in se ed alle proprie origini di sangue e di terra. Non ci sono più persone, e c’è solo ancora il mutato Robinson, l’imperatore, l’individuo, come focus d’identificazione.

L’uguaglianza formale dei membri della società, un aspetto che accompagna l’economia del libero mercato, fu abolita dal fascismo. Nella letteratura ci si arrangia rievocando l’inuguaglianza del periodo feudale. Al vertice della gerarchia continua a stare il libero individuo che conserva il suo isolamento immergendosi in un ordine pseudo-arcaico.

Nel tentativo di sganciarsi dal brutto presente Roth ricade nell’aggressione: al posti dei rapporti concretizzati pone una specie di dipendenza “familiare”; al posto della società industriale di un capitalismo altamente sviluppato una forma d’economia contadina con semplice scambio di merci; al posto della disumanità della grande città la vita di paese; al posto del lavoro svuotato di senso delle fabbriche e delle caserme- ufficio l’agricoltura. Dalla già citata lettera: Tutto ciò che fa capo al pubblico non vale nulla … Bisogna vivere come un contadino, e se non si è immediatamente produttivi, o non lo si può essere, allora bisogna amare doppiamente i suoi e gli amici.

Così nel 1931. Amare doppiamente – è un po’ poco in un tempo in cui si stava formando il fascismo. Il “vivere semplice” ed i rapporti “semplici”, “umani” appaiono come medicina se la società è divenuta troppo complessa e disumana. La sfera privata diventa soggettivamente l’unico ambito un’attività libera ed autodeterminata è ancora possibile. L’individuo isolato apprende la vita storicamente di gruppo come evento naturale al quale non si deve opporre. Eludendo nell’ambito della finzione apparentemente privata ed indeterminata viene trascinata con sé tutta la condizionatezza – e porta qui a nuove fioriture. Così nasce poi qualcosa come la “Marcia di Radetzsky”, un romanzo “apolitico”, consumabile come un concerto festival di fine anno, la vecchia Austria …

www.tedescotraduzioni.com

giovedì 5 maggio 2011

Dispense (III parte)

… L’eroe di Solferino impose coincisa risolutezza al nipote titubante. Ogni contatto col mondo circostante è per lui una confrontazione che non riesce a portare a termine. Non appartiene ai camerati, agli autoctoni; il rapporto col padre è fissato da frasi formali; al di fuori della caserma la cosa che più desidera sarebbe potersi dissolvere nell’aria: giorno dopo giorno procurava al tenente un’indicibile pena comparire in colori sgargianti in mezzo ai civili in abiti scuri … La sensazione di essere destinato a qualcosa a lui estraneo (in concreto a causa del favore dell’imperatore che favorisce la carriera; poi a causa delle aspettative del padre ed infine a causa del “destino”) viene rinforzata ulteriormente a causa dei singoli sforzi di emancipazione destinati a finire tutti miseramente.

Carl Joseph si distingue dai suoi più felici camerati “autoctoni” per il fatto che è consapevole dell’assenza di senso della sua vita, mentre questi proseguono a vivere nel felice falso cameratismo non dandosi ad alcun pensiero.

Nell’alcool Trotta trova momentaneamente un mezzo per giungere ad un accordo con se stesso e con il mondo. Poiché diventava facile non appena si era bevuto! … Il tenente Trotta vedeva, quando aveva bevuto, in tutti i camerati, superiori e sottoposti vecchi e buoni amici. La cittadina gli era familiare come se lui fosse nato e cresciuto là. Ma il sollievo non dura a lungo. Allo stato sobrio il mondo ha di nuovo l’aspetto di prima, ostile e tremendo; funziona secondo regole incomprensibili e pone pretese all’individuo di cui quest’ultimo non è all’altezza.

La relazione amorosa con la moglie del brigadiere di polizia (il padre del suo eroico avo era stato anche solo brigadiere di polizia!) è un tentativo di trovare nella stirpe, nel sentimento materno, nel “semplice popolo” la propria origine, e con ciò l’identità.
Tuttavia al posto della “vita” gli si mostra la morte; d’ora in poi lui sembra essere perseguitato dalla morte, in ogni contatto con la “realtà”, in ogni importante confrontazione con il mondo circostante: per causa sua muoiono la signora Slama, il medico ebreo (“… è sempre così, come se io avessi colpa!”) e gli operai che si ribellano (Pensava che si trovavano di nuovo morti nel suo cammino).

L’amore è legato qui necessariamente con la morte, ed il destino sembra aver arrangiato tutti gli avvenimenti per caricare di colpa il protagonista. Un’azione creduta innocua causa la morte dell’amico; il tentativo di Trotta di “vivere” a Vienna con un’amica (… così iniziò ciò che lui chiamava “vita” … ) fallisce; la sfortuna lo raggiunge: quando torna alla guarnigione si giunge alla scena della sanguinosa soppressione dei lavoratori in occasione della quale lui assume il comando. Egli credette ora di sapere con certezza che un destino di tipo particolare capace di calcoli insidiosi gli aveva dapprima regalato la vacanza per poi annientarlo in un secondo tempo.

In questo punto del romanzo sembra aprirsi un varco una parte delle contraddizioni concrete della monarchia storica austriaca; affiora la riflessione sul perché questo stato alla fine è crollato; tuttavia la distanza del narratore dal protagonista è passeggera, e con un rimando ai tempi che erano proprio così e che si erano accaniti contro l’individuo, riassume importanza la situazione oggettiva solo nel suo effetto soggettivo su Trotta. Come bersaglio del destino lui diventa ora anche una specie di “eroe”: Per la durata di un breve momento il tenente fu raggiunto dalla forza sublime, di vedere in immagini, e vide i tempi come due rocce rotolare uno contro l’altro, ed egli stesso, il tenente, veniva sbriciolato tra i due. Dopo queste esperienze l’amore è per lui collegato con la morte, non può portare la redenzione alla “vita”. Egli comincia ora ancora più consapevole a sentire la mancanza della “libertà”: doveva distinguersi dalla vacanza come la guerra dalla manovra, e sente ancora più chiaramente l’impotenza personale di fronte ad un potere che sembra determinare la sua vita. Si crede dipendente da un qualsivoglia potente, maligno, invisibile mandante il cui scopo era annientare il tenente.

La sua fine viene ancora rinviata: - Dopo che l’alcool e l’amore non portano alcuna soluzione viene fuori un’ultima possibilità – per breve tempo sembra realizzata l’utopia dell’individuo identico a se stesso.

Quando viene reso noto l’assassinio dell’erede al trono Trotta prende per la prima volta una propria decisione che modifica la sua vita – lascia l’esercito. Tutto d’un tratto sa che cosa deve fare. Si sentiva tutt’uno con il suo nonno. Lui stesso era l’eroe di Solforino. Ritorna alla vita contadina dei suoi avi e diviene – da un giorno all’altro – lui stesso parte di questa vita, capisce di aver trovato la sua “patria”. Lui conosceva la lingua del paese. Capiva in certo qual modo i contadini … Era finalmente soddisfatto, solo e silenzioso. Era come se non avesse mai condotto un’altra vita. … Si viveva come il nonno … e come il bisnonno … e forse come gli avi sconosciuti e senza nome, i contadini di Sipolje.

Anche se questa vita arcaica è anche inverosimile ed irrealistica qui si tratta tuttavia di porre fine all’estraniamento – come unica possibilità dell’individuo di vivere sensatamente. Ma lo schizzo di una tale soluzione è qui solo aperto in dissolvenza, prima che il destino prenda poi il suo corso; il tempo della libertà ( sembra che non sia toccato ad un Trotta di vivere a lungo in libertà. ) è limitato. Il Trotta, che adesso va incontro alla sua fine, non è tuttavia più quello che era ancora mesi fa. E’ già apparso ora nella luce ultraterrena della morte ventura. La sua fine oggettivamente senza senso diviene alla fine – tuttavia di nuovo – conferma dell’autonomia dell’individuo borghese che può rimanere fedele ai suoi principi, a se stesso, alla sua individualità ( che viene ricostruita artificialmente attraverso il rivolgersi agli avi e all’eredità del sangue ) e che si conserva ora, abbandonato del tutto a se stesso – anche se nella morte. Non aveva paura. Non gli venne in mente che lui poteva venire colpito come gli altri. Sentì già gli spari che non erano ancora partiti, e contemporaneamente i primi motivi tambureggianti della Marcia di Radetzky. Ha trovato la sua destinazione, per i Trotta il mondo era finito, anche l’ultima ora della monarchia era suonata, l’imperatore non può sopravvivere ai Trotta! Monarchia, imperatore e Carl Joseph von Trotta si dissolvono in un’identità fatidica.

Come già detto Roth in questo romanzo non si fa portavoce di una continuazione della monarchia come una forma di stato ancora possibile. Nonostante ciò il rapporto che intercorre tra signore e suddito incarna per lui una forma di relazione personale che viene elevata ad ideale e dalla cui idealità Roth fa derivare l’eccellenza e la giustificazione morale della monarchia austriaca.

Il principio di questo rapporto appare nel romanzo in diverse varianti: - l’imperatore e l’eroe di Solferino; - l’eroe ed il suo servitore Jacques; - Carl Joseph ed il suo servo Ornufrij; ed infine l’imperatore ed il padre di Carl Joseph.

Il primo Trotta diventa eroe grazie al fatto di mettere a repentaglio la propria vita senza pensarci su due volte, ovviamente, senza pensare a se stesso. I suoi propri interessi sembrano annientati o annullati in quelli del suo signore. La paura dell’inimmaginabile … catastrofe che avrebbe annientato lui stesso, il reggimento … Questa identificazione assoluta con il padrone viene offerta anche dal vecchio servitore Jacques che ha lavorato per tutta la sua vita non per proprio tornaconto per i Trotta. Quando lui muore il suo ultimo desiderio è di vedere ancora una volta l’immagine del suo padrone. Il contenuto della sua vita sembra determinato solo da questo rapporto, ed il suo desiderio vale come conferma e convalida di una fedeltà ideale che va al di là della morte. “Quando Jacques muore allora muore in certo qual modo ancora una volta l’eroe di Solferino … Sulla lapide compare l’iscrizione: … un vecchio servo e fedele amico e ricevette un trasporto di prima classe, con quattro morelli ed otto accompagnatori in livrea.

www.tedescotraduzioni.com

mercoledì 4 maggio 2011

Dipsense (II parte)

Una borghesia andata alla deriva sputa su sé stessa. Le condizioni miserevoli della giornata lavorativa, l’inumanità di un’occupazione anonima e tutta l’estraniazione del sistema sono state considerate come destino personale del singolo; non furono attaccate le condizioni inumane ed analizzati i motivi che stavano dietro, bensì il singolo era abituato a cercare il motivo del suo fallimento economico in se stesso ed nel suo “destino”. La spiegazione irrazionale che la colpa dello stato delle cose era da ascrivere al sistema democratico oppure molto semplicemente a quelli della “sinistra” venne incontro all’ideologia del ceto medio che vedeva scomparire il suo riconoscimento sociale e che si voleva garantire energicamente verso il basso – ma del resto questa spiegazione significava anche una decisione nella confrontazione tra lavoro e capitale. I molti partitini, che erano presumibilmente il motivo immediato della fine della Repubblica di Weimar, sono solamente un’espressione del dato di fatto che nella Germania del dopoguerra non poteva venire installata alcuna democrazia per via parlamentare. Tutto ciò che il movimento dei lavoratori aveva raggiunto nei tentativi rivoluzionari dopo la fine della guerra, tutte le concessioni che il capitalismo aveva dovuto fare all’inizio della Repubblica di Weimar, erano ora nuovamente ritirate. Le ultime fasi nella storia della malattia della Repubblica erano caratterizzate da una costante perdita di potere delle forze democratiche; ma allo stesso tempo si giunse ad una concentrazione di potere antidemocratica, autoritaria e fascista. Questo movimento raggiunse un arresto (provvisorio) dopo che era stato trovato l’ottimale compromesso politico ed economico, quando i detentori del potere effettivo (grande industria, latifondisti, esercito, presidente del reich) si unirono al NSDAP. Il fascismo era quindi il mezzo per sostituire in una società capitalista altamente avanzata i meccanismi politico economici del libero mercato con un terrore sistematico; divenne principio d’ordine che garantiva i contraddittori rapporti di produzione.

In Austria lo sviluppo politico economico si distingue da quello della Germania per il fatto che l’industrializzazione si è limitata principalmente a Vienna e poche altre città mentre la maggior parte del paese era ancora sorretto dall’agricoltura. A differenza della confinante Baviera qui non c’era stata nessuna repubblica dei soviet nonostante la presenza di forti organizzazioni dei lavoratori. L’arretratezza di sviluppo del capitalismo industriale da una parte e le attività politiche dei lavoratori dall’altra hanno formato gli elementi dello sviluppo sui generis dell’Austria. Secondo l’opinione di Clemenz questi furono i presupposti della dittatura conservatrice in Austria: i tentativi rivoluzionari del proletariato sono stati appoggiati da parti del ceto medio e da gruppi proletaroidi. Per garantirsi i loro vecchi sociali, politici ed economici privilegi messi in pericolo oppure per ripristinarli i gruppi capitalistici (industria e latifondisti) cercarono l’esercito o formazioni militari come partner di coalizione; questi stessi temevano di perdere i loro privilegi riconoscendo contemporaneamente le loro identità d’interessi. La forma di governo indemocratica che si potè imporre fu la dittatura della borghesia che non aveva ancora bisogno di





passare all’aperto fascismo, ma che da questo avrebbe potuto facilmente venir inglobata in seguito. –

Roth, che visse in prima persona questi sviluppi, reagì in un modo che – in particolar modo per la sicura distanza storica – deve venirgli attribuito non personalmente come un agire sbagliato dal punto di vista morale o intellettuale. Non è certamente neppure atipico, anche se non tutti i suoi contemporanei scelsero questa forma sperando di trovare la loro salvezza nella monarchia passata. La trasformazione di Roth da “rivoluzionario a monarchico” (per usare qui questa semplificazione) è spiegabile. Nei primi anni del dopoguerra egli potè far suo l’interesse della classe dei lavoratori, abolire lo stato classista; egli potè condurre una battaglia contro capitalismo, cattolicesimo ed esercito; la forza oggettiva del movimento dei lavoratori e la labilità della struttura della società, che non si era ancora consolidata, sembravano promettere la possibilità di un nuovo ordine socialista come soluzione alla miseria. Nel suo viaggio alla volta della Russia (dove vide il socialismo che veniva praticato là e –
non atipico – lo utilizzò come apologia della situazione a casa) gli venne tuttavia in mente definitivamente che i suoi interessi e privilegi lo legavano alla classe dominante e che questi non si lasciavano accordare con gli interessi del proletariato. Ma poiché la società classista nella sua oggettività era uno scandalo, che sembrava irrevocabile, la cosa dovette venir considerata da un altro aspetto: si doveva costruire una “teoria di classe” (non di genere nuovo) secondo la quale il vertice “vero e proprio” della società è l’aristocrazia dello spirito – a questa non si può certo mai, così pensa Roth, contestare la supremazia s p i r i t u a l e. Spirituale sta qui naturalmente in contrasto con “materiale”; ma che i “signori” spirituali abitano accanto agli altri non può più venire riflesso. Lo “spirito” si sente indipendente e libero da qualsivoglia interessi vergognosi. L’aristocratico creativo non ha bisogno di alcun titolo e di alcun trono. Ma è la storia, e non la censura, che gli detta le sue leggi.

La paura della perdita della libertà d’opinione personale è penetrata in Roth fin nelle membra – di una “libertà di pensiero” di cui gode l’intellettuale borghese poiché gli altri sono dispensati dal pensare. Così Roth nel 1926 ritorna dalla Russia: Provvisoriamente la fisionomia spirituale dell’Europa rimane ancora più interessante – anche se la sua fisionomia politica e sociale è orribile. Poiché ambo le parti non hanno chiaramente niente a che fare l’una con l’altra Roth tenta d’ignorare d’ora in poi la realtà. L’inumanità viene con ciò accettata, lo spirito si rende autonomo e – diviene proprio perciò lui stesso disumano. Ora Roth vede le cose attraverso il velo del soggettivismo e della sensibilità borghese. Dalla Francia lui osserva la Germania che adesso è in procinto di far rotta verso il fascismo, e deplora ora la banalizzazione, l’americanizzazione, la bolscevizzazione, la perdita di cultura ecc. Non si può più vivere là! E’ una cosa tragica, non è un capriccio … Se ora fossi là diventerei matto. Tutto diventa personale in me … Rischio la vita se mi reco in Germania. Non lo posso fare dal punto di vista fisico. Un’atroce ironia il fatto che



alcuni anni più tardi la situazione fosse davvero tale che ci si poteva rimettere la vita intraprendendo un viaggio in Germania.
In ogni caso non si era ancora giunti a tal punto, ma l’analisi di Roth della situazione era rimasta incastrata in abili formulazioni – egli non sarebbe potuto stare a vedere insieme agli altri come il vertice di una piramide non viene formato da una punta, bensì da un teschio quadrato – non poteva neppure immaginarsi cosa sarebbe poi accaduto in seguito. Nel suo viaggio in Russia Roth ha rinunciato definitivamente a spiegare la realtà politica come tale: Il problema … qui non è in nessun caso di natura politica,bensì di natura culturale, spirituale, religiosa, metafisica. Dove si ha bisogno della metafisica non si è poi del resto tanto bravi nella cognizione.

Se dunque attraverso la condizionatezza sociale di Roth diviene spiegabile il fatto che egli abbia intrapreso “il viaggio metaforico alla volta dell’Italia”, interessa anche sapere che aspetto ha questo viaggio e se il cambio di luogo ovvero di tempo non sia solo un cambio d’aspetto ed un incosciente rimanere attaccato alle vecchie condizioni.

Il “mondo di contrasto” con la Repubblica di Weimar, il periodo dell’Impero austriaco – qui non è per Roth semplicemente il “bel tempo passato”, anche se questi nella sua vita tarda semplificò in toto le sue esternazioni politiche e si è espresso a favore di una restaurazione della monarchia come forma di stato. La grande arguzia dell’autore sta nel fatto di spostare indietro nella storia le vicende del romanzo; egli tenta di cancellare le tracce del presente – e mostra tuttavia in tutto questo procedimento quanto sia egli stesso da esso condizionato.

Nel romanzo “La marcia di Radetzky” la monarchia serve da metafora per il destino dell’antieroe Carl Joseph von Trotta, del nipote, che è ugualmente incapace di vivere come l’impero divenuto vecchio. Ma allo stesso tempo la monarchia impersonifica per Roth il principio del rapporto “umano” intercorrente tra le persone; la relazione “personale” tra signore e suddito, padrone e servo offre il senso di una vita altrimenti divenuta priva di significato.

Carl Joseph è l’individuo isolato alla ricerca del proprio Io. Il nonno, l’eroe di Solferino, è il primo che viene fuori dall’ordine “innato” della stirpe – da lui si era allontanato improvvisamente il padre naturale, egli affronta questo destino ancora in eroica autonomia, rimane “fedele” a se stesso abbandonando il servizio imperiale, un cavaliere della verità. Era svincolato dalla lunga marcia migratoria dei suoi avi slavi contadini. Questo ideale di colui che agisce con sicurezza ed indipendenza pesa su Carl Joseph, rinforza ulteriormente la coscienza della sua propria manchevolezza: lui è irrisoluto, pauroso, goffo fisicamente ed emotivamente impacciato; si sente come un outsider, senza patria (… lo sopraffece la certezza che lui non fosse qui di casa. Ma allora dove andare?). Affronta la realtà in modo disperatamente insicuro, e solo il modello del nonno gli dà talvolta un sostegno. Avrebbe voluto dire qualcosa di più amabile. Il nonno l’avrebbe detto e: Che cosa avrebbe fatto l’eroe di Solferino in questa difficile situazione?

www.tedescotraduzioni.com

martedì 3 maggio 2011

Dispense (I parte)

Martha Woersching

L’utopia rivolta al passato

Osservazioni psicologico sociali sul romanzo di Joseph Roth “La marcia di Radetzsky”

La tradizione dell’ambiente poetico tedesco politicamente “indifferente” impone silenzio in tutte le questioni della vita pubblica. Prima della rivoluzione questo silenzio era ancora percepibile, oggi stordisce. Si sovrappone al rumore barbarico della reazione ed all’acuto grido di morte delle sue vittime … Dai tempi di Goethe lo ritengono un loro dovere, intraprendere il “viaggio in Italia” obbligato, reale e metaforico, che è poi una fuga dalla Germania, - ma mai ammesso come tale. E’ stata sempre “necessità interna” simulata dimenticare le condizioni riprovevoli e indegne della situazione nazionale, politica e sociale di qua …

Così scrive Roth nel 1924 nell’ “Avanti” di Berlino. Tristemente ha descritto qui il suo proprio atteggiamento della sua vita tarda. E’ ancora il Roth “rosso” che pubblica nei giornali di sinistra di Vienna (“Il nuovo giorno”) e Berlino (“Avanti”, “Republikanisches Witzblatt Lachen links”) le sue glosse ed i suoi saggi politici. Che egli già persino pochi anni più tardi intraprenderà questo “viaggio” dalla realtà sembra rendere i primi lavori inattendibili a posteriori. Roth stesso tende a degradare il suo atteggiamento socialista definendolo un errore giovanile. Dunque si può spiegare il crescente conservativismo di Roth come un segno normale dell’età che avanza; con la formula da rivoluzionario a monarchico non gli si rende giustizia. Se ci si mette a leggere i suoi primi saggi politici ed i suoi racconti e romanzi della sua vita tarda allora vengono fuori dubbi che si tratti dello stesso autore. Nessuna sorpresa se Roth voleva prendere le distanze dal suo passato “ideologico”. La sosta nell’ “ambiente poetico tedesco” aveva avuto luogo – ma dovevano accadere ancora alcune cose nella “vita pubblica” per far sì che lui volgesse decisamente le spalle da questa e fuggisse in quella privata. Nel 1931, quando è impegnato con la “Marcia di Radetzky”, scrive ad un amico:

Non c’è cosa più importante che occuparsi della propria vita privata, amare la moglie, prendere in grembo i figli … Tutto ciò che concerne la vita pubblica di un paese non vale niente, il paese, la politica, i giornali, la croce uncinata, la democrazia.

Questo voltare le spalle in modo ostentativo alla vita politica, il tentativo di entrare in una piccola cerchia di amici letterati, ed alla fine l’immergersi in un mondo fittizio di tipo molto particolare – tutto ciò deve avere motivi che non sono da ricercare semplicemente nel fatto che Roth era un outsider ed un ebreo senza patria, anche se a Reich-Ranicki piace argomentare così.

Per poter esistere Roth dovette perdersi ad inventare. Per tener testa alla vita aveva bisogno di un mondo di contrasto.

Non sembra inutile prendere in considerazione più dettagliatamente questa “vita”, la realtà storico sociale con la quale Roth si è confrontato a suo modo, quella “vita” che gli rese la vita difficile. Dapprima dunque uno sguardo al mondo degli anni venti ed inizio degli anni trenta; dopodiché viene analizzato il “mondo di contrasto” che sta con quello sopra citato in una connessione del tutto particolare. – sull’esempio della “Marcia di Radetzky”.

La “vita” non significava naturalmente per ognuno la stessa cosa nel periodo che va dalla Prima Guerra Mondiale fino alla ascesa al potere di Hitler; ci si doveva confrontare con essa in modi del tutto differenti: per l’uno questa portava disoccupazione e fame; per l’altro perdita di patrimoni privati oppure distruzione di tutte le speranze politiche, pericolo di proletarizzazione, minaccia della liberta politica e personale; acquisto di grandi patrimoni privati, concentrazione di potere ecc. La labilità economica ed il crollo finale del 1929 ebbero diverse conseguenze a seconda dello stato sociale degli interessati. Non è sicuramente una soluzione particolarmente a portata di mano, quando Roth si abbandona al pensiero di far resuscitare il mondo sano in una, come egli ben sa, monarchia danubiana divenuta impossibile. Che la sua reazione personale alla situazione storico economica e politica risulta proprio così, non è nemmeno casuale, bensì mediata – e certo riconoscibile – dipesa dalla società.

Più avanti viene schizzata un’immagine inevitabilmente grezza della situazione politico economica della Repubblica di Weimar.

La forma economica dominante in Germania e in Austria agli inizi del secolo si distingueva dal capitalismo classico (per es. di stampo inglese) per il suo proprio sviluppo storico che si presentò relativamente tardi, ma poi in modo ancora più deciso. La cornice politica assolutistico feudale impediva che con lo sviluppo delle forze sociali produttive potesse crescere di pari passo l’influenza della borghesia: la rivoluzione democratica non ebbe luogo, il liberalismo si fermò sul nascere. In questa circostanza la rivoluzione industriale del 19° secolo ha trasformato il paese in una grande potenza orientata alle armi, che si espande in modo imperialistico; nacque qui un sistema economico del capitalismo industriale, dominato da un’oligarchia di borghesi capitalisti, uno strato sociale di latifondisti secondo la sua origine del tutto feudale ma dal punto di vista economico tuttavia capitalista ed una casta militare che secondo la sua origine molto vicina ai latifondisti stessi, dunque un cartello di potere che fu reso sicuro ancor di più nella sua esistenza dall’istituzione della monarchia. Con la fine della Prima Guerra Mondiale si ebbe una situazione potenzialmente rivoluzionaria: i rapporti politici divenuti obsoleti dovettero venir sostituiti da dei nuovi. La storia della Repubblica di Weimar, al cui inizio sta l’abolizione della monarchia, è la storia del confronto delle classi per il potere sociale e termina alla fine – in Austria nella dittatura borghese, in Germania nel fascismo. Il proletariato oppresso e non più regolamentato dallo statalismo autoritario, la cui situazione economica era fortemente peggiorata durante la guerra, faceva ora richieste politiche; a causa dell’inflazione parti del ceto medio persero le loro basi esistenziali ed erano minacciate dalla proletarizzazione; le conseguenze dell’inflazione significarono al contrario per l’industria una crescita potente, sebbene naturalmente non sana. Dopo la stabilizzazione del marco nel 1924 e l’accettazione dei piani Dawes cominciò un periodo di crescita economica, favorito dal flusso di capitale straniero e dalla incrementata razionalizzazione. Manfred Clemenz riconduce l’ondata di razionalizzazione a quattro fattori: a) inasprimento della concorrenza internazionale; b) investimento dei guadagni della grande industria fatti con la guerra e l’inflazione; c) crescente potere economico e politico del movimento operaio; d) esperienze dell’economia di guerra (razionalizzazione, coordinamento della produzione, ecc.). Ed è del parere che il movimento di razionalizzazione sia stato, così come il movimento di concentrazione, non solo un fenomeno economico bensì anche politico: ambedue sono serviti a riconquistare il terreno politico perso dopo il 1918 sotto la pressione del movimento dei lavoratori.

Nei primi anni del dopoguerra si giunse ad alti livelli di disoccupazione, e dopo la stabilizzazione le razionalizzazioni condotte senza tener conto delle conseguenze sociali hanno fatto in modo che questi livelli continuassero a salire. La disoccupazione era anche negli anni dell’alta congiuntura 1927/28 maggiore che prima della guerra ai tempi della depressione. Nel 1928 il numero dei disoccupati in tutte le professioni in Germania ammontava a 600.000, era salito ad oltre il doppio entro la metà del 1929 (inizio della crisi) – 1,25 milioni, crebbe poi nel 1930 a 2,76 milioni, a 3,99 milioni nel 1931, ed aveva raggiunto nella primavera del 1932 la quota di 6,12 milioni. Operai ed impiegati ( il cui numero era aumentato enormemente attraverso la razionalizzazione e la centralizzazione dei processi lavorativi negli anni della Repubblica di Weimar ) divennero ora vittime della disoccupazione. Si può discutere sul quantum della schiavitù, ma la proletarizzazione degli impiegati non è da mettere in dubbio … Si è formato un esercito industriale di riservisti impiegati … - così scrive Siegfried Kracauer nel 1930. L’esercito dei piccoli e medi impiegati, appartenenti soggettivamente al ceto medio, soccombe oggettivamente al processo di proletarizzazione per via delle cattive condizioni di vita e lavorative – l’attività monotona, non libera, per sé stessa priva di senso all’interno di un’azienda anonima, suddivisa gerarchicamente. Pur tuttavia senza sviluppare una coscienza di classe proletaria. L’offerta in abbondanza sul mercato del lavoro di manodopera rende possibile agli imprenditori di dettare le condizioni in occasione dell’impiego del personale. Si lucra al massimo tutte le volte che vengono impiegati lavoratori giovani ed a buon prezzo, forze lavoro che già dopo pochi anni possono venire di nuovo smantellate. Il limite d’età nella vita lavorativa è sceso fortemente, e a 40 anni sono molti quelli che credono di vivere ancora in perfetta forma, ma che sono già morti sotto il profilo economico. Ci si disabitua presto al lusso di esprimere una opinione politica personale non adatta alle circostanze, quando si tratta di ricevere del lavoro, e con ciò una possibilità di tirare avanti. Proprio a causa della minaccia economica e della forte concorrenza l’uno con l’altro non si giunge ad alcuna vera solidarizzazione di tutti i lavoratori contro il capitale. Nutrono una coscienza sbagliata. Desiderano conservare le differenze il cui riconoscimento oscura la loro situazione …

www.tedescotraduzioni.com

lunedì 2 maggio 2011

L'onore e la passione (VI parte)

Capitolo 9°
Elsa e Sandra al capezzale di Damiano (1988)

Quando Sandra, dopo 40 anni, rivide Elsa, le corse incontro, l'abbracciò e le chiese sommessamente, in un orecchio, perdono per i suoi eccessi che l'avevano fatta soffire: Damiano era lì, una vera larva di uomo distrutto dalla malattia, ma lo sguardo e lo stile erano quelli. Disse: "Finalmente vi rivedo insieme e in pace!".
Elsa lo strinse al suo cuore e parlò, ma senza parole, con lacrime incessanti. Damiano gli regalò invece un lungo, ultimo sorriso: "La mia piccolina!". "Piccolina, che cosa ti abbiamo fatto?"
Poi ci sono tante altre cose che Elsa e Sandra continuano a raccontarci ... e chissà se tanto ancora ci troveremo a scrivere.
Elsa e Sandra ad Auschwitz nel ricordo della comune amica d'infanzia Ruth, la figlia dell'orefice ebreo
"Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa". Così Benedetto XVI al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006. Elsa e Sandra non sono molto distanti dal papa che parla. E' stata Sandra ad informare Elsa nel corso del loro incontro all'ospedale di Carrara dell'ottobre 1988 della morte di Ruth ad Auschwitz insieme alla sua famiglia: nel 1938 erano esiliati in Francia dove furono denunciati alle SS dai collaborazionisti di Vichy nel 1943. Iniziò la loro odissea attraverso diversi campi fino all'inferno di Auschwitz. Morì il 25 dicembre 1944, aveva 17 anni.


Margherita ed Elsa di nuovo insieme dopo 64 anni (1945 - 2009)
19 agosto 2009. A villa Simoni nello splendido scenario delle Cinqueterre a Monterosso al Mare (SP) si è svolta la presentazione del romanzo del cortonese Giuseppe Bronzi SPECCHI SUL LAGO 1944 alla presenza della presidente dell'Associazione per i meetings per la memoria dr.ssa Gertrud Speer, della segretaria prof. Helen Klein docente di storia a Trier (De), dei protagonisti del romanzo "Margherita", "Luciano" ed “Elsa” e di molti iscritti all' associazione. La d.ssa Speer ha ringraziato la straordinaria mecenate di tutte le iniziative del prof. Bronzi, la d.ssa Roberta Sprengler Simoni, padrona di casa, e con lei la squisita gentilezza e disponibilità del marito dr. Luigi Simoni. E' esplosa la commozione generale quando si sono riviste, per la prima volta dopo quel 25 aprile 1945, "Margherita" ed "Elsa" ( di quest'ultima non si avevano più notizie).
Il prof. Bronzi e la dott.ssa Sprengler hanno annunciato la prossima pubblicazione del romanzo-verità L’ONORE E LA PASSIONE - IL RISCATTO DI ELSA che scriveranno insieme a 4 mani: Elsa con il suo intervento ha già disegnato una trama vasta ed avvincente.
Ha raccontato la sua vita,un romanzo sul quale non è stata ancora scritta la parola fine, data la sua iperattività, e che abbraccia oltre 70 anni di storia del novecento ed oltre: a 18 anni ausiliaria della RSI, la sua storia d’amore con Damiano, partigiano bianco e stretto collaboratore di Enrico Mattei, la sua crisi di identità e il nuovo riscatto che non è più retorico riscatto dell'onore tradito, ma la scelta forte di abbracciare i valori cristiani e democratici del partito di De Gasperi, don Sturzo, Mattei, ecc. Vive da vicino il dramma e il mistero della morte di Enrico Mattei, conosce la Pira, Fanfani, Moro , vive con grande passione la stagione del Concilio ecumenico Vaticano II, e con altrettanta frustrazione il processo involutivo ecclesiale della restaurazione voluta dall' "altro Wojtyla" in poi. Ritrova, dopo lunghe e tenaci ricerche, Damiano, scomparso dalla sua vita quarant'anni prima, soltanto nel 1988 all'ospedale di Carrara, ormai ottantenne e malato terminale di cancro.
Oggi Elsa, nata nel 1926, ha 84 anni e dal 2000, in memoria di Damiano, gestisce, vedova, con l'aiuto dei figli una piccola comunità per il "riscatto" di tossicodipendenti sulla montagna ligure di levante.
Con questo spirito, insieme a lei, i partecipanti al convegno hanno percorso la "via dell'amore" da Riomaggiore verso Manarola: "Tutta la mia vita -dice Elsa- è stata, nei contesti più diversi, un gesto d'amore, l'amore del cuore di una donna".

www.tedescotraduzioni.com